Ronchi Calvino e il culto delle reliquie (2016)

Ecco il testo della conferenza del dott. Sergio Ronchi tenuta nel nostro Centro il 16 settembre 2016:
Calvino e il culto delle reliquie.
Fede? Superstizione? Idolatria?

Al tempo della Riforma si stava passando dal Medioevo all’Età moderna. E la fine del Medioevo è segnata dall’emancipazione dell’uomo: egli è al centro, si rivive la grandiosità del passato precristiano, la teologia viene ridotta ad antropologia, Dio scompare davanti all’uomo e proliferano molteplici mediatori fra cielo e terra ovvero pratiche di nuove devozioni a potenze divine soccorritrici. Di converso, il movimento riformatore è improntato a un dato peculiare: la scoperta del Dio vivente. Per Giovanni Calvino (1509-1564), dunque, il culto delle immagini e delle reliquie è una vera e propria offesa arrecata all’onore di Dio. Per lui, le raffigurazioni artistiche religiose e l’adorazione di reliquie costituiscono un autentico disprezzo di Dio, materializzandolo come qualcosa di morto mentre egli è il Vivente e di muto mentre egli è Colui che parla.

Il Trattato sulle reliquie (1543) è un vero e proprio trattato teologico, oltreché un autentico “monumento” della lingua francese. Esso appartiene a un gruppo di quattro trattati e di uno scritto di quel medesimo anno 1543; i quali, quanto a teologia, testimoniano le preoccupazioni e l’impegno del Riformatore di purificare la Chiesa da tutte le opere umane che oscurano l’onore di Dio.
Punto centrale di queste pagine non secondarie di Calvino è, in effetti, il culto delle false reliquie esposte in più luoghi dai «papisti» all’adorazione di un popolino credulone; ovvero, l’autenticità delle reliquie. Si tratta di rendere culto o al Dio vivente o ai muti idoli, e dell’alternativa fra vero culto e superstizione.
Le mosse della questione partono dal secondo comandamento (Esodo 20,4-6), interpretato come divieto dell’adorazione religiosa delle immagini: «Il Signore nella prima Tavola ci educa alla pietà e alla religione, in vista di rendere onore alla sua maestà»; «il servizio e l’onore di Dio sono spirituali»; egli non può essere ridotto a oggetto dei sensi: «la conoscenza di Dio non consiste in una speculazione astratta, ma implica il servizio di lui»; «Non è lecito attribuire a Dio un aspetto visibile: chi costruisce immagini si ribella al vero Dio»; «Dio vuole essere distinto dagli idoli per essere servito in modo esclusivo».
Da queste parole si può dedurre come al centro della teologia calviniana si trovi il rendere onore a Dio soltanto, l’unico Dio; la sua teologia è infatti caratterizzata dall’onnipotenza divina riassumibile nell’espressione soli Deo gloria: «Sappiamo che vivendo quaggiù non siamo in mano alla fortuna, ma sotto lo sguardo di Dio che ha ogni autorità essendo sue creature; Dio ha la direzione del mondo e nulla accade che non sia da lui deliberato». Secondo il Francese di Noyon, del resto, il mondo è theatrum gloriae Dei. Dunque, lo scopo di ogni creatura consiste nella glorificazione di Dio (nella chiesa, nella vita privata, nelle relazioni sociali: «Laddove Dio è percepito e preso sul serio, lì si avrà anche cura dell’umanità»). Per lui, «viviamo in funzione del Signore, non di noi stessi; [è] nella ricerca [della] gloria di Dio che dobbiamo impegnarci».

Il Trattato, nato in anni “difficili” ma altrettanto proficui e per Calvino e per la Riforma in Ginevra (1541-1543 e seguenti), non si propone di offrire un repertorio completo di quanto si può trovare e nemmeno di entrare in merito al significato di tale «abuso»; piuttosto – come si evince dal titolo completo – esso vuole essere un Avvertimento utilissimo sul gran vantaggio che verrebbe alla cristianità se si facesse l’inventario di tutti i corpi santi e delle reliquie che sono tanto in Italia come in Francia, Germania, Spagna ed in altri regni e paesi. Ragione, questa, per cui egli spera «nondimeno che questo trattatello possa servire a tutti, dando modo a ciascuno, per quanto gli compete, di riflettere su ciò a cui il titolo si riferisce». Egli vuole rendere consapevoli di quanto fanno coloro che praticano il culto delle reliquie. E puntualizza: «Il primo vizio, quasi la radice del male, è stato che, anziché cercare Gesù Cristo nella sua parola, nei suoi sacramenti e nelle sue grazie spirituali, la gente, secondo il suo costume, ha perso tempo con le sue vesti, le sue camicie e la sua biancheria; e facendo ciò ha trascurato l’essenziale per seguire l’accessorio».
Poi, inizia partendo da Gesù Cristo per giungere ai vangeli, alla Vergine Maria, a Giovanni Battista, agli apostoli, a tutti gli altri santi.
Si tratta, in tutto e per tutto, di un «imbroglio»; il quale «non solo è subìto, ma anche approvato, poiché nulla è malvagio nel regno dell’Anticristo a condizione di mantenere il popolo nella superstizione».
Calvino confronta il repertorio delle reliquie con la Scrittura e con i «dottori della Chiesa» (i Padri della Chiesa) senza riuscire a trovare un solo riscontro né nell’una né negli altri. Ciò, perché Dio ha messo in atto «una giusta punizione»: «Giacché infatti la gente era impazzita dietro le reliquie abusandone in perverse superstizioni, era giusto che Dio permettesse che ad una menzogna ne succedesse un’altra. Così ha costume di vendicarsi per il disonore che vien fatto al suo Nome rivolgendo altrove la gloria che gli è dovuta».
È l’onore di Dio a essere disprezzato, perché quando si adora una reliquia o una immagine si compie un atto di idolatria. Essa, infatti, «consiste nel rivolgere altrove l’onore dovuto a Dio»; e quando si adora una immagine o una reliquia là si pone il proprio cuore distogliendolo così dal culto che si deve rendere soltanto a Dio e si cade nella superstizione – in quella superstizione nella quale la Chiesa è precipitata, che ha corrotto la Chiesa. Dove si adorano reliquie non è posto né per Dio né per Gesù Cristo, essi sono ridotti a idoli: «è abominevole idolatria adorare ogni reliquia, qualunque essa sia, vera o falsa». Inutile, dunque, tenere dei reliquiari: «Non si può infatti fare a meno di guardarli e maneggiarli senza onorarli; e, onorandoli, non si può evitare di attribuir subito loro quell’onore che era dovuto a Gesù Cristo. Così, per dirla in breve, la smania di possedere delle reliquie non va quasi mai esente da superstizione e, quel che è peggio, è madre dell’idolatria, che solitamente è unita a quella». Allora, «la cosa principale sarebbe abolire fra noi cristiani questa superstizione pagana di santificare le reliquie, tanto di Gesù Cristo come dei santi, per farne degli idoli. Questo modo di agire è una sozzura ed una porcheria che non si dovrebbe mai tollerare nella Chiesa».

Calvino – che nel testamento dettato al notaio il 25 aprile 1564 (morirà il 27 maggio) designa se stesso «Ministre de la parole de Dieu en l’eglise de Genève» – aveva speso l’intera sua esistenza nel servizio dell’evangelo, che gli imponeva di mettersi da parte davanti al Dio vivente. Pochi giorni prima di morire, cita in latino il versetto di un Salmo: «Sto in silenzio, non aprirò bocca, perché sei tu che hai agito» (39, 9). Nel discorso ai pastori di Ginevra, accorsi al suo capezzale, dice anche: «Nulla ho mai scritto mosso dall’odio verso gli altri, ma sempre ho avuto come fine quello che stimavo esser alla gloria di Dio».
Il suo stemma e sigillo recava l’immagine di una mano che – sulla sinistra e sulla destra – sorregge un cuore con le iniziali J. C., che potevano stare tanto per Jesus Christus quanto per Johannes Calvinus, e un motto, Prompte et sincere, Senza esitazione e senza doppiezza di cuore – motto che compare in diverse incisioni raffiguranti il Riformatore. In punto di morte dirà: «Signore, tu mi schiacci, ma a me basta che sia la tua mano a farlo».
Per sua volontà, il suo corpo avvolto in un lenzuolo bianco venne inumato nella fossa comune sulla quale oggi è una piccola lapide con incise le lettere J. C. Egli temeva di essere idolatrato, convinto che l’uomo è naturalmente idolatra. E ha scelto di stare da morto fuori del tempio; «è fra i morti della città, nella cattedrale resta solo la sua Bibbia. […] La chiesa è nel tempio, attorno alla parola, non nella città; nella città è il credente vivo o morto» (G. Tourn).
Tale lapide senza tomba è cifra dell’annullamento della persona di fronte «[…] all’opera che le era stato concesso di realizzare. E, anche dopo la morte, dimostra che Calvino considerava i suoi problemi personali assai meno importanti del compito che aveva determinato tutta la sua esistenza: tributare onore solo a Dio» (J. Staedekte) Soli Deo Gloria