Ricca sulla Riforma (1990)

(note di una conferenza di Paolo Ricca negli anni ‘90)

Se si vuole arrivare a una minima comprensione della Riforma protestante si devono affrontare e capire le idee che la sottendono e la motivano. La dimensione sociale e politica della Riforma è strettamente legata alle sue idee religiose. Forse noi uomini e donne del tempo moderno sotto l’influenza della secolarizzazione e della cultura occidentale siamo tentati di emarginare quelle idee e di accostarci a quelle del XVI secolo con la visione del mondo moderno. Ma dobbiamo imparare a sintonizzarci con le preoccupazioni di quel periodo se vogliamo veramente comprenderlo.

Una cosa voglio dire subito che la Riforma inglese di Enrico VIII ebbe un carattere essenzialmente politico in quanto fu la decisione statale, un’operazione parlamentare. Invece la Riforma svizzera e tedesca si fondava su idee religiose.

Le idee di riforma

Noi conosciamo Lutero come riformatore. Ma Lutero non si è mai dato questo appellativo. Infatti egli dice che l’unico vero e autentico riformatore della Chiesa è Cristo. Egli si considera semplicemente un servo del vero riformatore, un testimone, un precursore.

Questa idea è una novità e un paradosso nella chiesa di quel periodo. La Riforma non è opera della chiesa. Ora il tema della Riforma della chiesa degli ultimi tre secoli della chiesa era il tema centrale della riflessione. All’inizio era un tema prevalentemente monastico: le grandi riforme del cristianesimo occidentale sono state promosse dai monaci: Cluny, Cistercense, ecc. Ogni ordine monastico era una proposta di riforma. Francesco d’Assisi, verso il quale Lutero esprime giudizi molto elogiativi, aveva scelto come regola di vita l’evangelo. Però Lutero esprime delle riserve dicendo che l’evangelo, però, è la regola per tutti i cristiani e non soltanto di un ordine religioso. Tutti gli ordini monastici, francescani, domenicani, sono fioriti nel XII-XIII sec. insieme poi anche a tutti quegli altri movimenti ereticali, i quali propongono dei progetti di riforma della chiesa. Ma c’è una novità nel fatto che mentre in quel tempo il tema della riforma è ancora un tema riservato ai circoli monastici a partire dal XIV-XV sec. diventa un tema conciliare, diventa un tema comune della cristianità: ci sono i Concili di riforma. Nel XV sec. ci sono stati tre Concili di riforma: Pisa (1409), Costanza (1414-1418), Basilea-Ferrara-Firenze 1431-1449). E negli anni contemporanei mentre Lutero stava scrivendo il commento al libro dei Salmi (1513-1516) a Roma si svolge il V Concilio Lateranense (1512-1517).

Ora su questa tradizione di riforma Lutero scrive un segno negativo perché l’errore sta nel fatto che la chiesa vuole riformarsi. Non è concepibile secondo Lutero riformare la chiesa con una pianificazione ecclesiastica perché ciò significa che la chiesa è capace di riformarsi. Lutero dice: tu credi che l’uomo sia in grado di convertirsi, invece l’uomo può essere solo convertito. Quindi Lutero afferma che malgrado tutte le proposte di riforma nessuna se ne è realizzata perché la riforma può essere fatta solo dal Signore della chiesa e non dalla chiesa stessa. Nell’aprile del 1518 Lutero scrive un commento alle 95 tesi del 1517. Tra l’altro scrive: “La chiesa ha bisogno di una riforma, ma questo non è compito di un solo papa, né di molti cardinali, così come hanno dimostrato i due ultimi Concili. Ma è compito di tutto il mondo, anzi di Dio soltanto. Il tempo di questa riforma lo conosce solo Dio che ha fondato il tempo”.

C’è poi un secondo fronte abbastanza interessante di idea di Riforma, diverso da quello ecclesiastico conciliare. Si tratta del filone che possiamo ricondurre fino a Gioacchino da Fiore, un abate calabrese, sospettato di eresia (muore poco dopo il 1200). Egli concepiva la storia della chiesa come divisa in tre parti: l’epoca del Padre in cui la chiesa era governata dai laici (A.T.), come i re d’Israele; l’epoca del Figlio in cui la chiesa era governata dai chierici, cioè la chiesa clericale, gerarchica che avrebbe durato, secondo la profezia di Gioacchino, fino al 1260. In quell’anno sarebbe iniziata la terza età, l’epoca dello Spirito santo, della ecclesia spiritualis, come la chiama lui che sarebbe stata governata non più dai chierici, dai preti ma dai monaci. Questo voleva dire che la chiesa sarebbe diventata fraterna perché il monachesimo ha sempre introdotto il principio di fraternità, anche se poi si sono strutturati in conventi con abati ecc.. La riforma di Gioacchino segna la fine della chiesa dei preti per dare inizio alla chiesa dei monaci.

In questo caso non si tratta tanto di una riforma della chiesa, ma di una rifondazione della chiesa. Gioacchino la connette con l’idea del millennio, secondo il libro dell’Apocalisse, in cui Satana è legato e in cui si vive felici nel periodo che precede la fine. Gioacchino dice che il millennio comincia con il 1260. Questa idea era coltivata in modo particolare dai francescani radicali, i cosiddetti “fraticelli”.

Qui abbiamo un altro concetto di riforma, ma non più una riforma della chiesa, ma di una rifondazione. Questa visione anche se un pò modificata viene assunta dai cosiddetti anabattisti del tempo di Lutero. Lutero prende le distanze da questa posizione in quanto, egli dice, 1) la chiesa non va sostituita, ma riformata. Gli anabattisti volevano rifondare la chiesa; difatti essi ribattezzavano. Ora ribattezzare significava annullare il primo battesimo e quindi annullare la chiesa che lo impartiva. L’anabattista è il seguace di Gioacchino. Essi dicevano che il battesimo non vale perché la chiesa che lo impartisce non vale. E perché? Perché è la chiesa di Costantino e questa non è la chiesa di Cristo. La chiesa costantiniana è quella che fa coincidere il membro di chiesa col cittadino. La coincidenza della nascita anagrafica con il fatto di diventare cristiani, una nuova creatura rende invalida la chiesa.

Lutero non accetta neanche questa tesi perché la chiesa non va rifondata, ma riformata o meglio va risostanziata. La riforma perciò non era un problema di forma, ma di sostanza, cioè era necessario cambiare i contenuti.

Un esempio. La parola fede era frequentissima nel discorso di quel tempo. La teologia scolastica aveva stabilito un lungo elenco di tipi di fede: fede formata, fede informata, fede implicita, fede esplicita, ecc… c’erano almeno 12 aggettivi sulla fede. Lutero cancella tutto e resta soltanto con la parola FEDE senza aggettivi. Definisce così la fede: “FEDE SIGNIFICA AVERE CRISTO”. Tutto il castello della scolastica cade.

Allora riforma è sì RI-FORMA ma nel senso di RI-SOSTANZIAZIONE. In altre parole vuole rimettere i concetti evangelici che si erano svaporati

Un terzo progetto di Riforma condannato al Concilio di Costanza del 1414-1418 è quello proposto da Wycliff e da Hus. Di loro Lutero dice che essi si sono limitati a criticare il papa, mentre lui critica la dottrina del papa. Si tratta di una riforma morale che Lutero non accetta. Il problema non è morale ma di fede. Se si vogliono riformare i costumi bisogna riformare la fede. Nella Confessione Augustana del 1530 leggiamo queste parole: “Abbiamo semplicemente udito la predicazione della fede intorno alla quale – a quel tempo – c’era mirum silentium, un silenzio stupefacente o profondissimo. Si parlava di tutto, tranne della fede. Allora la riforma è stata una grande battaglia per la fede.

Con quali strumenti procedere alla riforma della chiesa? Due sono gli strumenti:

1) In una lettera del maggio del 1518 Lutero scrive:

“Sono convinto che la chiesa non sarà mai riformata se non ci liberiamo del diritto canonico, delle decretali, della teologia scolastica, dei filosofi e della logica così come sono oggi e non mettiamo qualcos’altro al loro posto. In questa linea io prego ogni giorno il Signore che al più presto la Bibbia e lo studio accurato dei padri della chiesa vengano di nuovo praticati”.

2) In un’opera famosa del 1520 “Appello alla nobiltà della nazione tedesca” Lutero individua quelle che lui chiama le muraglie di carta e di paglia. Roma è come la Gerico della Bibbia che si è circondata di mura, ma sono solo mura di paglia e di carta. Queste mura devono essere abbattute per poter riformare la chiesa perché sono state costruite per impedire la riforma. Quali sono queste mura:

a) La distinzione tra clero e laicato e la distinzione tra potere spirituale e quello laicale. Lutero dice che deve essere abbattuto la pretesa che solo il clero può riformare la chiesa. Lutero dice che la riforma della chiesa può essere solo un’opera collettiva della chiesa e ad essa tutti hanno il diritto di partecipare.

b) Il monopolio dell’interpretazione della scrittura da parte del magistero ecclesiastico. Lutero risponde:Il vero esegeta, l’interprete della scrittura è lo Spirito santo che è dato a tutta la comunità cristiana. Quindi l’interpretazione autorevole della scrittura è opera corale della comunità e non speciale riservata solo ai vescovi, ai teologi e ai dottori.

c) L’idea che solo il papa può convocare un Concilio. Lutero dice: Cosa dice la scrittura? Il primo concilio di Gerusalemme è stato convocato al massimo da Giacomo e non da Pietro. Guardiamo alla storia. Il Concilio di Nicea del 325 è stato convocato dall’imperatore Costantino e non dal papa. Quindi non è vero che solo il papa può convocare un concilio.

Queste sono le tre muraglie che bisogna abbattere per poter realizzare una vera riforma della chiesa. L’unico mezzo efficace per riformare la chiesa è la predicazione dell’evangelo, è la parola di Dio annunciata e predicata. Non ci sono altri modi. C’è una bella immagine che Lutero rivolge ai seguaci del papa quando scrive: “Noi non vogliamo annullare il vostro vangelo, né predicarlo in modo diverso, ma ripulirlo e rilucidarlo come uno specchio che è stato oscurato e sporcato dalle incrostazioni del tempo”.

Lutero ha voluto essere uno che pulisce i vetri o uno specchio appannato dal tempo. Questo specchio è la parola di Dio. E tutta l’opera della riforma consiste in questo. Rendere di nuovo questo specchio uno specchio, cioè un luogo dove tu ti rispecchi come uomo e in cui si rispecchia Dio come il tuo Dio, il tuo salvatore. Tutto l’evangelo consiste in queste due cose: il mio peccato e la giustizia di Dio. L’incontro fra queste due realtà fa nascere la creatura nuova, l’uomo nuovo che crede, che ama, che spera. E tutto questo avviene in questo specchio lucidato che riflette di nuovo immagini autentiche, vere, in cui l’uomo riesce a vedersi e a vedere Dio.

L’introduzione della riforma è opera della parola. Ma questo richiede tempi lunghi, perché la parola ha i ritmi del seme che cade sul terreno, germoglia, fruttifica. La riforma è una conversione, una trasformazione profonda della nostra identità ed è possibile solo con questi ritmi lunghi di una parola che deve germogliare nelle coscienze. Non sono cose che accadono in fretta.

Per questa ragione Lutero ha dovuto combattere con i suoi amici della prima ora, con i radicali di Wittenberg i quali forse interpretavano la riforma in una maniera diversa: credevano che anche la modifica delle cose esterne potesse essere importante per la trasformazione interiore, per cui nelle chiese di Wittenberg nel 1522 ci sono state delle sommosse, dei tumulti, hanno preso le statue e le hanno gettate fuori dalle chiese. Lutero non condivideva questa operazione perché assomigliava a una scorciatoia. Lutero si preoccupava dell’interiore dell’uomo e della chiesa.

A questo riguardo Lutero dice: “la chiesa è un’assemblea di cuori”, dove per cuore nella Bibbia si intende il centro della vita, della fede, dell’identità della persona.

Riforma Luterana

La Riforma luterana è legata per lo più all’opera di un singolo uomo carismatico: Lutero. E il centro della sua riforma si incentrava sulla dottrina della giustificazione per fede. Questa dottrina era stata offuscata dalla pratica delle indulgenze. Questa pratica era nata in connessione con la dottrina della penitenza. Teologi noti come Alessandro di Hales, Alberto Magno e Tommaso d’Aquino elaborarono la dottrina del tesoro della chiesa. Si riteneva che gli apostoli e i santi avevano fatto molto di più di quanto fosse necessario per assicurarsi il cielo e vi avevano aggiunto un surplus di meriti arricchito da ciò che Cristo aveva fatto. Si riteneva che alla chiesa fosse stato concesso il potere di trasferire alcuni di questi meriti per ridurre o cancellare le opere buone richieste ai peccatori penitenti in soddisfazione delle loro offese. Nel 1343 papa Clemente VI sanzionò ufficialmente il principio.

La gente credeva di poter soddisfare il suo bisogno di salvezza. Il problema che angosciava la gente era di sapere se sarebbe andato in paradiso o all’inferno. A questa domanda la chiesa privilegiava la pratica dei pellegrinaggi nei luoghi dove erano conservate molte reliquie di santi, di Cristo stesso e della sua croce e della Madonna. Tutto questo però non sempre soddisfava la domanda di fondo dell’anima del fedele. Poi l’abuso che se ne fece soprattutto con i predicatori, tra i quali il domenicano Giovanni Tetzel. Questi era un domenicano che annunziava in nome del papa una remissione plenaria di tutti i peccati e una remissione delle pene temporali a quanti si fossero confessati e avessero dato un’offerta, una lettera che dava il diritto di scegliersi un confessore per ricevere da lui una volta nella vita e in articuli mortis l’assoluzione da qualsiasi peccato anche da quelli la cui assoluzione era riservata normalmente al vescovo o al papa, un’indulgenza plenaria per le anime in purgatorio.

Questo spinse Lutero ad affiggere le 95 tesi.

Il problema che aveva già preoccupato negli anni precedenti Lutero era la salvezza o la dannazione. Lo scoglio, come dice lo stesso Lutero, era la dottrina della giustizia di Dio. Così scrive Lutero: “Io detestavo questa parola “Giustizia di Dio” che avevo imparato, secondo l’uso e il costume di tutti i dotti, a intendere filosoficamente della giustizia che chiamiamo formale o attiva per la quale Dio è giusto e punisce i peccatori e gli iniqui… Finalmente meditando giorno e notte trovai la relazione fra i termini grazie alla misericordia di Dio. “La giustizia di Dio si rivela in lui”, si spiega con “il giusto vive (vivrà) per fede”. Cominciai a comprendere che la giustizia di Dio è quella di cui vive il giusto per il dono di Dio e che viene dunque dalla fede. La frase vuol dire che la giustizia di Dio è rivelata con l’evangelo, cioè la giustizia passiva con la quale il Dio misericordioso ci giustifica per la fede poiché è scritto “il giusto vive per fede”. Allora mi sentii rinascere ed entrare in paradiso con le porte spalancate”. Noi siamo salvati per grazia senza il concorso della volontà dell’uomo.

Umanesimo e Riforma

Fino al 1525 l’Umanesimo e la Riforma avevano camminato insieme. Ora si separarono. L’alleanza di un tempo era stata contro un nemico comune: la scolastica medioevale, lo spirito retrogrado del clero e degli ordini religiosi, la corruzione nel capo e nella membra della chiesa. Anche la ricerca scientifica aveva avuto interessi comuni: il ritorno alle fonti e quindi la scoperta e lo studio dei testi dell’antichità cristiana accanto a quelli dell’antichità classica. L’Umanesimo cristiano aveva mirato a un rinnovamento e a una restaurazione della fede e della vita cristiana con una comprensione del vangelo come lex Christi, da praticare con l’ausilio della grazia. In questa rinata pietà la volontà umana e la grazia divina dovevano cooperare alla redenzione dell’uomo.

Erasmo scrisse “Diatribe de libero arbitrio” in cui si affermava che lo scopo finale della religione è essenzialmente etico, per cui il libero arbitrio dell’uomo ha un’importanza fondamentale. L’atteggiamento di Erasmo era piuttosto intellettualistico e non si accordava con il pensiero di Lutero. Lutero risponde con un’opera, forse la più sistematica che abbia scritto “De servo arbitrio”. Lutero dice che la presenza di Dio è immutabile, quindi coincide con la predestinazione; poiché ciò che egli prevede vuole e la sua volontà non muta. Ciò implica un suo intervento efficace nelle azioni umane e quindi la necessaria limitazione della nostra volontà. Se ciò non fosse l’uomo limiterebbe la sovrana libertà di Dio. L’opera umana è positiva quando siamo chiamati a partecipare all’opera di Dio, quando Dio ci inserisce nell’opera sua.

La riforma in Svizzera

Questo ci porta in Svizzera dove la riforma è stata più fortemente influenzata dall’umanesimo. Non si può dimenticare che il maggior esponente di questa corrente di pensiero, Erasmo, si era proprio stabilito a Basilea considerata la porta fra l’Italia e la Germania, dove si incontravano il Rinascimento italiano e l’Umanesimo tedesco. Fiorivano in quella città le famose stamperie di Froben e Amerbach. Agli inizi del secolo XVI Z. si trova a Basilea dove frequenta il circolo umanista di quella città e incontra i celebri stampatori Froben. In casa di questi Erasmo tra il 1515 e il 1516 lavora intensamente alla pubblicazione della I edizione del Nuovo Testamento greco.

L’Umanesimo nord-europeo è dominato da tre temi.
–In primo luogo si scopre il gusto delle buone lettere, per l’eloquenza scritta o orale, secondo i modi dell’età classica.
–In secondo si trova un programma che mira alla rinascita del cristianesimo attraverso la scoperta della coscienza soggettiva dell’individuo alla quale gli umanisti del nord-Europa aggiungevano la necessità di riformare la collettività, sia la Chiesa che lo Stato.
–In terzo luogo l’umanesimo nord europeo era fortemente pacifista.

Tra gli scritti umanistici circolanti in Europa nei primi decenni del ‘500 c’era l’Enchiridion Militis Christianidi Erasmo (Il manuale del soldato cristiano) stampata per la prima nel 1503. In quest’opera Erasmo esponeva un’idea molto interessante che cioè la chiesa di allora poteva essere riformata da un ritorno collettivo agli scritti dei padri e alla scrittura. La lettura regolare della scrittura era proposta come base di una nuova religiosità del laicato, a partire dalla quale sarebbe stato possibile rinnovare e riformare la chiesa. Egli concepiva il proprio lavoro come quello di una guida laica che introduce alla scrittura fornendo un’esposizione semplice ma in pari tempo erudita della filosofia di Cristo. Tale filosofia è di fatto un insegnamento morale: il Nuovo Testamento si occupa della conoscenza del bene e del male per aiutare i lettori a evitare l’uno e ad attenersi all’altro

Zwingli è il riformatore che più degli altri è stato influenzato dall’Umanesimo e ha affrontato in modo intenso e senza pregiudizi il rapporto fede-cultura. La sua origine umanistica e la sua profonda passione per l’antichità classica, greca e latina, lo hanno accompagnato lungo il corso della vita. Umanesimo e Riforma costituiscono le due facce della stessa medaglia, una sola realtà vissuta senza contraddizioni, in maniera feconda e positiva. L’itinerario spirituale di Zwingli deve essere considerato nella sua globalità. Le espressioni renascens Christus, renascens christianismua, verbum renascens, derivati senza dubbio dall’Umanesimo, sono vissute da lui in una dimensione esistenziale della fede che porta al cambiamento, alla trasformazione della realtà. Proposizioni culturali nate sul terreno umanistico, diventano riferimenti teologici fondamentali lungo il cammino della riforma della Chiesa e della società. La cultura è assunta dalla e nella fede come elementi di apertura e di trasformazione sociale. In altri termini, la cultura non corrompe la teologia, e la teologia non minaccia e non paralizza la cultura; questa unità di fede e di cultura è mantenuta da Zwingli senza rottura interiore, senza dubbi di coscienza, senza dissociazione della sua persona, perché c’è un centro stabile che serve di riferimento costante e di orientamento: Gesù Cristo è la sua parola vivente.

Lavorare sui testi originali, conoscere le lingue della Bibbia fa parte integrante del suo lavoro di pastore. Dominare il testo è una cosa essenziale; Zwingli considera tutto questo come una orza anti-idolatrica. Verbum renascens, Dio è all’opera con il suo Spirito e con la sua parola; si produce un nuovo ascolto della parola predicata. la portata della parola predicata stimola l’azione come un continuo impegno.

L’impegno è dunque rutto di una visione, di una lettura della realtà presente che cementa la decisione per Cristo. Un Cristo venuto nel mondo per salvarlo, ma, precisa Zwingli, “salvezza” significa anche “trasformazione”. Questo è il passi decisivo che fa di Zwingli un riformatore fra la via cattolica e quella dell’Umanesimo, tertium datum, si trova la via della Riforma. Zwingli denuncia più volte l’indecisione degli umanisti e di Erasmo stesso: “essi pensano che le cose possono cambiare senza rumore e, soprattutto, senza un impegno personale vissuto al cuore della realtà quotidiana di molte piccole cose che, a primo acchito, sembrano insignificanti. Gli umanisti non conoscono il cammino della saggezza e sono come accecati dal mito della cultura. Per Zwingli dire cultura vuol dire trasformazione sociale e politica, rinnovamento teologico nel fondo delle cose.

Da questo punto di vista Zwingli è molto diverso da Lutero. Quest’ultimo mirava soltanto alla salvezza dell’individuo, non al miglioramento e tanto meno alla trasformazione della società, civile o religiosa. Per Lutero la società rientra in quel regno naturale di Dio che la teologia naturale dei due regni distingue dal regno della grazia, della redenzione e della fede e in cui essa riunisce tutto ciò che riguarda la vita materiale dell’umanità. In questo mondo dove ogni uomo trova la sua vocazione divina nei doveri del suo stato, l’ordine voluto da Dio è assicurato dalle autorità verso le quali predica il rispetto assoluto, qualunque sia il loro agire. Il credente non può n deve resistere alle autorità civili se non quando si oppone alla predicazione della pura parola di Dio: tuttavia non deve prendere le armi, né sottrarsi alle conseguenze di una disubbidienza che è, malgrado tutto, peccato. Come è facile capire in Lutero c’è un disinteresse per gli affari pubblici e assenza di una mentalità politica.

Zwingli invece, era essenzialmente un uomo di stato. Lo Stato per lui è uno dei pilastri del mondo e dell’ordine: “Esso avrà perduto la sua ragion d’essere solo nel momento in cui nessuno più peccherà in parole o in atti. Ma ciò non succederà che nell’altro mondo”. L’autorità civile deve occuparsi non solo dei crimini, ma anche delle mancanze contro la verità, e specialmente contro le eresie. Qui il riferimento è contro l’eresia anabattista di Zurigo. Difatti la stretta alleanza tra Z. e lo stato zurighese fu rafforzata dalla crisi anabattista in occasione della quale il predicatore svizzero ebbe particolarmente bisogno delle autorità cittadine per far condannare e annegare i dissidenti. Egli negava che “gli ecclesiastici avessero un qualsiasi diritto di sostituirsi al potere temporale o di opporsi a esso”: solo il popolo poteva modificare lo Stato.