L’Europa e le chiese (2010)

Ecco il testo della conferenza di
Paolo Ricca presso il Centro evangelico di cultura di Sondrio, venerdì 29 gennaio 2010

L’Europa e le chiese:convivenza o divorzio

Il titolo di questa conversazione è un tema controverso su cui gli animi si dividono. Si sono divisi in occasione del dibattito sulla Costituzione Europea nel cui Preambolo la Chiesa cattolica, ma anche altre chiese europee avrebbero voluto che si menzionassero «le radici cristiane, o ebraico-cristiane» dell’Europa, e questa menzione non c’è – non perché queste radici non ci siano, ma perché non sono le uniche, e se si fossero menzionate quelle cristiane si sarebbero dovuto menzionare anche le altre, a cominciare da quelle fondamentali del mondo classico greco e romano, senza neppure escludere le radici islamiche che, in un certo periodo della storia d’Europa hanno dato alla cultura del nostro continente un contributo fondamentale: basta andare in Sicilia o in Spagna per rendersene conto.

Altro episodio intorno al quale le polemiche sono divampate è quello – che in qualche caso ha sfiorato il grottesco – sulla esposizione del Crocifisso nelle aule dei locali pubblici, a cominciare dalle scuole dello Stato italiano, nelle quali – seconda una vecchia ordinanza di epoca fascista mai revocata – il Crocifisso fa parte dell’«arredo scolastico» con il ritratto del Duce e del Re. La Corte dei Diritti umani di Strasburgo ha invitato l’Italia a togliere il Crocifisso dai locali dello Stato italiani, di cui fanno parte anche cittadini di altre confessioni e religioni e cittadini non credenti; ma questo invito ha suscitato un putiferio e una serie di reazioni isteriche che hanno sottoposto il povero Crocifisso a una vera e propria via crucis tutta italiana. L’Italia ha fatto ricorso contro la sentenza di Strasburgo; la partita è tuttora aperta, ma questo episodio dimostra quanto lontana sia ancora l’Italia da quella laicità che si vanta di possedere, e quanto invece il clericalismo pesi tuttora sulla vita del paese.

I due episodi menzionati rivelano le tensioni e le passioni che si accendono intorno al tema rapporto tra Chiese ed Europa. Ma oltre alle tensioni e alle passioni, non possiamo non menzionare le contraddizioni che esistono all’interno di questo rapporto. Mi limito a evocarne due. La prima è che l’Europa è tradizionalmente – in un certo senso lo è –il continente più cristiano del mondo, anzi il continente cristiano per antonomasia, e al tempo stesso è il continente più secolarizzato del mondo, quello cioè nel quale è più alto il numero di persone agnostiche, o non credenti, persone cioè che prescindono da qualunque rapporto con Dio o con la trascendenza. Ecco la prima grande contraddizione, che potremmo formulare così: l’Europa è al tempo stesso il continente più cristiano e il più secolarizzato.

Quindi secondo me è meglio che le «radici cristiane» non sono state menzionate, non per negarle (sarebbe ridicolo volerlo fare), ma perché menzionarle avrebbe creato un problema redazionale insolubile. Spetta alle chiese mettere via via in luce queste radici e, più ancora delle radici, avere a cuore i frutti, perché, come dice Gesù l’albero si riconosce non dalle radici (tutte più o meno uguali), ma dai frutti. C’è in Europa una enorme sproporzione tra i cristiani battezzati (ancora la grande maggioranza degli abitanti) e i cristiani praticanti o impegnati, che sono una minoranza in tutte le chiese – minoranza più o meno cospicua, ma sempre minoranza. Ecco il secondo paradosso che potremmo formulare così: la religione europea di maggioranza (secondo l’anagrafe ecclesiastica) è in realtà una religione di minoranza (secondo i dati di fatto).

I due episodi citati e i due paradossi ora evocati bastano a dare una idea della complessità del nostro tema che ora vogliamo affrontare dicendo subito che l’alternativa posta dal titolo: «convivenza o divorzio» non è, nei fatti, una vera alternativa perché le due situazioni coesistono: c’è convivenza (non matrimonio, ma convivenza more uxorio sì, e c’è anche divorzio, cioè separazione più o meno consensuale. Quindi c’è convivenza, diciamo così, paramatrimoniale (forse l’Italia è un caso di questo genere), e c’è anche il divorzio (forse la Spagna di Zapatero è un caso di questo genere). Ma veniamo al tema: «L’Europa e le Chiese». Ho pensato di suddividere la trattazione in due parti: la prima intitolata “Dall’Europa pagana all’Europa cristiana” e la seconda “Dall’Europa cristiana all’Europa laica, democratica e pluralista”.

I. Dall’Europa pagana all’Europa cristiana

Non possiamo certo qui ripercorrere il tragitto che ha portato l’Europa pagana, ma fortemente religiosa anche se percorsa anche, già allora, dalla critica della religione (basti pensare al De rerum natura di Lucrezio e al De natura deorum di Cicerone), all’Europa cristiana. Mi limito a menzionare i due fatti fondamentali: la cristianizzazione dell’impero romano e l’evangelizzazione delle popolazioni dette barbare.

[a]

La cristianizzazione dell’impero romano è stata decisiva per la nascita dell’Europa cristiana che, con ogni probabilità, senza la cristianizzazione dell’impero non sarebbe mai nata. Sarebbe naturalmente nato (già lo era stato) e sarebbe sicuramente cresciuto un cristianesimo europeo, ci sarebbe stata e sarebbe cresciuta una Chiesa cristiana in Europa, ma non ci sarebbe stata un’Europa cristiana. L’Europa cristiana è figlia della cristianizzazione dell’impero. Che cosa vuol dire “cristianizzazione dell’impero”? Vuol dire una cosa molto semplice che è questa: il cristianesimo è diventato religione dell’impero, anzi l’unica religione tollerata, e non il cristianesimo in generale nella diversità delle posizioni esistenti nel IV secolo, ma quel tipo di cristianesimo che aveva trovato la sua formulazione di fede normativa nel Credo niceno-costantinopolitano (325, 381 d.C.), quindi il cristianesimo trinitario contro il cristianesimo ariano. La religione cristiana divenne religione dell’impero e venne imposta per legge con delle sanzioni penali per chi non la osservava – tutti i sudditi dell’impero erano obbligati per legge a essere cristiani. L’eresia divenne non più solo una devianza religiosa, ma un crimine politico. L’Europa cristiana è una creatura imperiale, cioè ha una componente politica fondamentale, e quando si parla di “radici cristiane” d’Europa non bisogna mai dimenticare la radice imperiale, cioè politica, senza la quale non esisterebbe un’Europa cristiana. La conseguenza ovvia del fatto che il cristianesimo è diventato, con l’editto di Teodosio (3 febbraio 380), l’unica religione dell’impero è stata la cancellazione di tutti i culti non cristiani (comunemente detti ‘pagani’), la distruzione di tutti i templi sulle cui rovine sono state spesso edificate chiese cristiane. L’unica religione tollerata, ma anche discriminata in tanti modi e spesso perseguitata è stata quella ebraica. Dunque il primo decisivo fatto per la transizione dall’Europa pagana all’Europa cristiana è stata la cristianizzazione dell’impero.

[b]

Il secondo fatto di grande rilievo è stato senza dubbio la evangelizzazione di molte popolazioni giunte in occidente e in Africa del nord a ondate successive e comunemente chiamate “barbariche”, dal 3º fino alla fine del 6º secolo con l’inizio del regno dei Longobardi (si pensi all’impressione enorme che destò nel 410 l’occupazione, il saccheggio e l’incendio di Roma da parte dei Visigoti guidati da Alarico; Girolamo scrisse allora: «Che cosa si salverà se Roma perisce?»), sia delle popolazioni germaniche, scandinave e inglesi soprattutto da parte dei monaci benedettini, che sono stati i grandi missionari d’Europa nell’Alto Medioevo: i loro monasteri, sparsi in tutta Europa, erano, allora, delle vere e proprie stazioni missionarie che hanno diffuso la fede cristiana, ma anche il meglio della civiltà classica, sono stati cioè al tempo stesso stazioni missionarie e centri di cultura. L’Europa cristiana è figlia di quest’opera di evangelizzazione. Non c’è dunque stata soltanto la cristianizzazione dell’impero che imponeva il cristianesimo con la forza della legge, c’è anche stata quest’opera di evangelizzazione, senza la quale neppure si potrebbe parlare di “Europa cristiana”. Dunque, è dai due fatti ora sommariamente evocati: la cristianizzazione dell’impero e l’evangelizzazione dei cosiddetti ‘barbari’, che è scaturita la convivenza, potremmo dire le nozze tra l’Europa e il cristianesimo, tra l’Europa e la Chiesa, anche se qui occorre distinguere l’Oriente e l’Occidente cristiano.

Ma ora chiediamoci che cosa ha prodotto questa convivenza? Che cosa è nato da questo matrimonio? Ovviamente la risposta a questa domanda potrebbe essere interminabile, ma il tempo a disposizione mi impone di dire solo quel che a me sembrano i frutti maggiori della convivenza. Ne indico tre.

[1]

Il primo lo individuo nel programma di vita cristiana riassunto nel motto benedettino «ora et labora». Questo motto, che la Riforma protestante ha ripreso e approfondito tanto che potrebbe figurare su un’ideale bandiera del protestantesimo storico, ha segnato in maniera inconfondibile la civiltà occidentale, che è fondamentalmente la civiltà europea (gli Stati Uniti e il Canada non sono altro che Europa esportata in quelle terre cui poi si sono aggiunte altre popolazioni, del Centro America e del Continente asiatico, nonché, naturalmente, gli afro-americani figli degli schiavi). Nel motto benedettino “ora et labora” è fondamentale l’accostamento, anzi l’abbinamento di ‘preghiera e lavoro’ come attività costitutive dell’esistenza monastica, cioè cristiana. Questo abbinamento significa che il lavoro è, se compiuto cristianamente, una forma di preghiera, la continuazione della preghiera, un altro modo di vivere alla presenza di Dio e al servizio del prossimo. Il lavoro è un atto di culto. Questo discorso era rivoluzionario nell’antichità che considerava il lavoro manuale una cosa da schiavi. L’uomo libero non lavora! Libertà vuol dire anzitutto libertà dal lavoro manuale. Contro questa concezione, Benedetto da Norcia afferma che il monaco – uomo libero per eccellenza – lavora. Il lavoro fa parte della vocazione cristiana. Questo abbinamento rivoluzionario è andato perduto nella società medioevale che, come è noto, distingueva i tre ceti che la componevano: gli oratores, i bellatores, i laboratores (qui i laboratores non sono più oratores, quelli che pregano e gli oratores non sono più i laboratores – proprio il contrario dell’insegnamento di Benedetto), la Riforma l’ha ripreso, come ho detto, e la moderna civiltà del lavoro, così tipica dell’Occidente. L’articolo 1 della Costituzione italiana dice: «L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro»; questo è un articolo benedettino e calviniano (che però avrebbero entrambi menzionato la preghiera) con il contributo del movimento operaio.

[2]

Il secondo grande frutto delle nozze tra Europa e cristianesimo è senza dubbio l’idea di persona. Questa idea non è un’invenzione cristiana. Esisteva già nell’antichità greca e romana, ma qui era indissolubilmente legata alla polis, alla città. Tu sei soggetto in quanto membro della polis – città, in quanto cittadino. Se non sei cittadino, non sei nulla, non sei un soggetto. È la città che fa di te un soggetto, una persona; non lo sei autonomamente. Lo schiavo, che non essendo libero, non è cittadino, è un oggetto, non un soggetto. Ora la novità cristiana, che poi si è fatta strada nella storia dell’Europa, collega l’idea di persona non alla città, ma a Dio in tre «persone», anche se qui, come è noto, il significato del termine persona è un altro, e cioè «maschera», cioè modo di essere. Il valore dell’uomo non deriva dalla cittadinanza, ma dall’immagine di Dio. Ecco perché i diritti umani fondamentali sono stati proclamati per la prima volta in occidente, e precisamente nello stato della Virginia nel 1776, come diritti della persona umana in quanto tale, non in quanto cittadino, sono diritti innati, che appartengono all’uomo fin da quando è nato, lo stato non glieli conferisce, ma glieli riconosce. Ma l’affermazione della persona va di pari passo con l’affermazione del primato della coscienza. E qui come non pensare a Lutero davanti alla Dieta di Worms (1521) che in nome della coscienza, «prigioniera della parola di Dio», rifiuta di ritrattare davanti alle massime autorità politiche e religiose del tempo, il contenuto delle sue opere e dei suoi insegnamenti con le famose parole: <blockquote>«A meno che io non sia convinto con la scrittura e con chiari ragionamenti, la mia coscienza è vincolata alla parola di Dio. Non posso e non voglio ritrattare nulla perché non è giusto e salutare andare contro coscienza. Iddio mi aiuti. Amen».</blockquote> Ecco allora il secondo frutto delle nozze: l’idea di persona, immagine di Dio; il primato della coscienza; i diritti innati dell’uomo.

[3]

Il terzo frutto lo menziono soltanto: è la cultura alla quale il cristianesimo ha contribuito in maniera straordinaria in due modi. [a] preservando la cultura classica greco-romana. Questo non va affatto da sé. Il cristianesimo si è trovato in mano questa eredità e l’ha trasmessa, non l’ha lasciata cadere, né l’ha occultata. Questo è un immenso beneficio. [b] C’è poi un’imponente cultura cristiana che è stata prodotta dal cristianesimo: basti pensare alle cattedrali e basiliche, ma anche alle cattedrali teologiche, alla musica, al canto, alla straordinaria produzione artistica, compresa la pittura (Michelangelo), la poesia (Dante, Milton e innumerevoli altri), insomma un patrimonio di incalcolabile valore. Certo, non c’è stato solo questo. C’è stato anche un oscurantismo bigotto e reazionario nella Chiesa moderna – oscurantismo che dal processo a Galileo obbligato ad abiurare fino al Sillabo di Pio IX e oltre – questo però non cancella tutto il resto che è semplicemente straordinario.

II. Dall’Europa cristiana all’Europa laica, democratica e pluralista

Questa transizione è avvenuta a partire dal tardo Medioevo e dal Rinascimento attraverso un processo lungo e alquanto travagliato che si può riassumere in una parola sola : autonomia: autonomia della ragione rispetto alla fede, dello Stato rispetto alla Chiesa, della politica rispetto alla religione, alla visione scientifica del mondo rispetto alla visione teologica, dell’uomo rispetto a Dio, della coscienza morale individuale rispetto alle norme di Autorità tradizionali, e così via. L’Europa moderna, che oggi chiamiamo «laica, democratica e pluralista» è nata da questo complesso processo tuttora in corso. Ora quali sono i fatti storici che hanno generato questa Europa? Io direi le quattro grandi rivoluzioni che hanno caratterizzato la storia moderna: la rivoluzione inglese del Seicento, quella francese nel Settecento, le rivoluzioni liberali nell’Ottocento e la rivoluzione sovietica nel Novecento. Quella inglese è ancora avvenuta nel nome di Dio, quella francese nel nome della Repubblica, quelle liberali nel nome della democrazia, quella sovietica nel nome del proletariato. Ora in tutti questi processi rivoluzionari le chiese hanno svolto un ruolo più passivo che attivo, sovente attestandosi su posizioni reazionarie, tanto che la rivoluzione francese si è svolta contro la nobiltà e contro il clero, mentre quella sovietica era mossa anche da una forte polemica antireligiosa, essendo la religione identificata come fonte di alienazione sociale (il famoso “oppio del popolo”), come retaggio di una visione del mondo magica e pre-scientifica, quindi sostanzialmente come superstizione, e infine come collante ideologico della società borghese da abbattere e da sostituire con la società comunista. Così siamo passati dalla convivenza al divorzio, oppure in altri contesti alla separazione consensuale, dove «separazione consensuale» significa distinzione dei ruoli e delle competenze. Stato e Chiesa sono, ciascuno nel suo ordine, indipendenti e sovrani, secondo la formula del teologo riformato svizzero Alessandro Vinet (1797-1847), ripresa poi da Cavour e da tutte le politiche liberali: «libera Chiesa in libero Stato», che venne preferita all’altra: «libera Chiesa in Stato sovrano». Due precisazioni:

[a]

“separazione consensuale” non significa che in Europa Chiesa e Stato si ignorano ed evitano qualunque forma di collaborazione: in Italia, ad esempio, c’è un Concordato che prevede l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche con gli insegnanti scelti e approvati dai vescovi e pagati dallo Stato; c’è l’Otto per Mille. <h4>[b]</h4> La seconda precisazione è che la delimitazione dei ruoli e delle competenze di Stato e Chiesa è oggetto di discussioni e anche di controversie, come si vede nella polemica mai sopita sulla laicità, alla quale l’attuale pontefice contrappone una “sana laicità”, che implica l’esistenza di una laicità malata, non meglio identificata. Credo che dovremo parlare di “laicità” senza aggettivi e intenderla così: laicità significa sostanzialmente due cose: la prima è l’autonomia dello Stato dalla Chiesa, in virtù della quale lo Stato non ubbidisce alle direttive della Chiesa, ma alla Costituzione che si è dato. La seconda è l’imparzialità nei confronti di tutte le religioni, confessioni, denominazioni, purché non contrarie all’ordine pubblico. Questa laicità è un grande valore, una grande conquista da difendere strenuamente, perché non è altro che la democrazia applicata all’ambito delle religioni.

Dunque siamo passati dall’Europa cristiana all’Europa laica; questo non vuol dire che l’Europa è diventata, come tale, post-cristiana o è ritornata a essere pre-cristiana, o che è diventata pagana: significa semplicemente che molti europei sono oggi secolarizzati e che le Chiese non sono più egemoni nella società e, in particolare, non dettano più legge sugli Stati dell’Unione. «Europa laica» significa che la società europea odierna non può più essere definita una società cristiana, e quindi lo Stato che essa esprime non ha più connotati religiosi, ma, appunto, laici. Detto questo bisogna anche dire un’altra cosa, e cioè che i grandi principi che hanno animato i quattro processi rivoluzionari sopra indicati sono tutti principi o cristiani o facilmente riconducibili ala messaggio cristiano: libertà, uguaglianza, fraternità, giustizia. È questo il paradosso dell’Europa moderna: nel momento in cui l’Europa si è laicizzata, cioè ha preso le distanze dalle Chiese rendendosi autonoma, si è però nutrita di principi cristiani che erano, per così dire, emigrati dalle chiese. Abbiamo quindi una sorta di cristianesimo laicizzato che indipendentemente dalle chiese e per lo più senza di esse o ancora contro di esse, ha nutrito l’Europa moderna. Quindi il divorzio o la separazione più o meno consensuale dalle chiese non ha significato, per l’Europa, un divorzio o una separazione da un patrimonio morale e spirituale di matrice cristiana – non solo cristiana, ma sicuramente anche cristiana. Anche e proprio l’Europa laica, democratica e pluralista, nella quale i cristiani confessanti sono una minoranza, essi riconoscono l’impronta cristiana nei principi fondamentali che la costituiscono, anche se questi principi si sono affermati senza le chiese e anche contro di esse.

Concludo riprendendo la famosa affermazione di Jacques Delors il quale, rivolgendosi ai rappresentanti delle chiese cristiane in Europa, disse: in un discorso del 1992: «Se nel decennio che ci sta davanti non riusciremo a dare un’anima, una spiritualità e un senso all’Europa, avremo perso la partita». Son passati quasi due decenni, e non sembra che l’Europa «abbia ricevuto un’anima, una spiritualità e un senso». Ora cosa può significare «dare un’anima, una spiritualità e un significato all’Europa?». Negativamente significa una cosa ovvia, che però va detta: l’Europa non può ridursi a un progetto sostanzialmente economico e commerciale, e neppure soltanto politico. Su questo punto tutti concordano.

Ma cosa significa in positivo? Ecco alcune linee, certamente insufficienti:

[1]

la prima è la crescita di una coscienza europea che supera quella nazionale senza peraltro cancellarla. È la vittoria sui nazionalismi, che è premessa fondamentale per una pace duratura. Relativizzare le frontiere e costruire una cittadinanza europea che superi quella nazionale;

[2]

il pluralismo è costitutivo dell’Europa a tutti i livelli, oggi anche a livello religioso. Il pluralismo è un esercizio al quale siamo poco allenati perché proveniamo da monoculture di lunga data. Pluralismo significa accettazione cordiale di realtà diverse, anche molto diverse, tolleranza e apertura al dialogo senza pregiudizi, dogmatismi e legalismo;

[3]

la laicità come garanzia e pratica democratica e come vigilanza affinché non accada – ad esempio – che la Chiesa cattolica faccia in Europa quello che fa in Italia, cioè cerchi di imporre le sue convinzioni attraverso leggi civili che coinvolgono tutti i cittadini;

[4]

i due valori fondamentali che la storia d’Europa ha elaborato con costi immensi sono quelli della libertà e della giustizia sociale: tutte le libertà democratiche, personali e collettive, e il massimo sforzo per realizzare una società giusta nella quale non succedano gli episodi vergognosi che abbiamo visto a Rosarno poche settimane or sono.

© Paolo Ricca, Roma, Tutti i diritti riservati