La Riforma in Valtellina (2011)

relazione del past. Carlo Papacella presentata alla sede centrale della Banca Credito Valtellinese, giovedì 26 maggio 2011

La Riforma in Valtellina tra conflitti teologici e giurisdizionali

Il mio intervento non è di uno storico di professione ma solo di un pastore evangelico emerito appassionato di storia religiosa della Riforma protestante. Quello che dirò può apparire a qualcuno poco attinente al volume che oggi viene presentato, ma spero che possa contribuire alla discussione. Il compito che mi è stato assegnato è proprio quello di apportare un’ottica diversa al discorso avvalendomi di argomenti e di fatti storici. Ma prima di addentrarmi nell’argomento vorrei formulare i miei complimenti e ringraziare l’autrice per questa opera che ha significato un grande impegno e una grande fatica di ricerca negli archivi per i molti dettagli che fornisce e che, incastonati l’uno nell’altro, tentano di schizzare un affresco della storia religiosa e politica della Valmalenco, prima e dopo il Concilio di Trento.

Tre i temi che voglio affrontare: 1. la dinamica della diffusione della Riforma protestante. Per questo sarà necessario un breve excursus sul dibattito teologico europeo al momento della frattura con la tradizione romana che si presenta anche nelle dispute teologiche valtellinesi. 2. La seconda è legata alla comunalizzazione del sistema politico retico. L’emancipazione dalle signorie feudali è un processo che segue il modello italiano e che raggiunge la Valtellina nel ‘300 e il nord delle Leghe un secolo dopo e si perfeziona parallelamente all’avvento della Riforma. 3.Terzo elemento è l’organizzazione della chiesa protestante e i suoi effetti sulla politica delle Leghe. Qui mi sembra ci siano dei malintesi ricorrenti.

I. sulla diffusione della Riforma

Parto da una semplice domanda, per molti ovvia, ma che mi permette di svolgere il tema che ho scelto di trattare: Che cosa è stata la Riforma protestante? La Riforma è stata molte cose, ma sopra tutto è stata un grande e profondo risveglio religioso. Lo storico americano Roland H. Bainton l’ha considerata l’ultima grande fioritura della pietà religiosa del Medioevo che ha sentito profondamente il dramma cristiano della redenzione. Valdo Vinay dice che le cause della Riforma non sono esclusivamente religiose né soltanto economiche e politiche, ma sicuramente erano predominanti le motivazioni religiose che agirono come fermento in tutta la vita sociale, economica, politica e culturale dei popoli. Alla Riforma ha aderito gente di ogni ceto sociale: principi, commercianti, artigiani, contadini, poveri della città. La predicazione di Lutero, di Zwingli e di Calvino ha scosso tutta l’Europa fino a provocare una profonda rottura della cristianità occidentaleV. Vinay. Riforma. Ed. Paideia, 1982; p. 71.

Il messaggio della Riforma con la teologia della croce rivelò all’uomo la vanità di tutto il sistema penitenziale della chiesa. La riscoperta dell’evangelo mise in evidenza la grazia di Dio, il dono della sua misericordia. Nel 1520 Lutero pubblica la famosa trilogia dove sono affermate con vigore le linee centrali del riformatore: l’uguaglianza di tutti i battezzati dinanzi a Dio senza distinzione di clero e di laici; il diritto di ogni credente, desideroso di conoscere la rivelazione divina, di leggere e interpretare la sacra scrittura; la riforma della messa, intesa come predicazione dell’evangelo e commemorazione della morte di Gesù Cristo; la libertà del cristiano da ogni mediazione sacerdotale e da ogni tirannia della chiesa. Già a partire dal 1525 venivano stampate a Venezia, in italiano, e circolavano nella penisola italiana in italiano alcune opere minori di LuteroJ.-F. Gilmont, La Réforme et le livre, Livre et Réforme en Italie di Ugo Rozzo e S. Seidel Menchi, pp. 327ss

L’appello alla nobiltà della nazione tedesca è sostanzialmente un appello alla libertà del laicato cristiano di prendere in mano, in nome e sulla base del sacerdozio universale dei credenti, le sorti della chiesa e di avviarne la riforma, senza il placet di una gerarchia latitante. Quest’opera è stata tradotta in italiano dal frate minore, Bartolomeo Fonzio, con il titolo “Libro de la emendazione et correzione dil stato cristiano” e stampato nel 1533 a Strasburgo. Una seconda edizione veneziana del 1542 apparve col titolo “I tre Muri” F.J. Gilmont (a cura). Op. cit..; G. Miccoli: Lutero in Italia (a cura): Certo Martino è stato terribil homo di S. Seidel Menchi, pp. 126ss.

La cattività babilonese della chiesa. Questa opera, scritta in latino, era destinata ai dotti. Tratta la questione dei sacramenti a afferma che il loro numero non è di sette ma di tre: battesimo, eucarestia e penitenza. La cattività babilonese della chiesa è, come il titolo stesso rivela, la descrizione e la denuncia della prigionia in cui la chiesa si trova senza neppure rendersene conto.

La libertà del cristiano. Il cristiano mediante la fede in Dio, si sottrae ad ogni servitù e diviene partecipe della regalità e del sacerdozio di Cristo. Le opere buone continueranno ad avere rilievo solo come effetto della fede. Quest’opera fu stampata a Venezia nel 1540 con il titolo “Opera divina della cristiana vita”. Ha proclamato la libertà dello stato verso la chiesa, la libertà del laicato verso il clero, la libertà dell’evangelo contro le interpretazioni obbligate, la libertà della Chiesa contro le dottrine e le istituzioni che la irretiscono. Il messaggio di queste tre opere aveva rivoluzionato la visione della chiesa del tempo e respingeva in maniera decisa la visione tradizionale della religioneQueste tre opere di Lutero sono state pubblicate in traduzione italiana con testo originale a fronte dalla editrice Claudiana di Torino nella collana “Opere scelte di Lutero” a cura di Paolo Ricca..

A pochi anni dalla stampa della famosa trilogia diffusa con l’impegno dei sostenitori e con la straordinaria abilità commerciale dei librai, nell’Italia settentrionale, dove frequenti erano i rapporti commerciali con il mondo germanico e con la Svizzera, Martin Lutero era diventato il personaggio del giorno. Se ne discorreva, nel bene e nel male, non più soltanto nelle Università di Padova, di Pavia, di Siena, di Torino e di Bologna, dove numerosi erano gli studenti tedeschi, svizzeri, francesi, ma anche sul sagrato delle chiese dopo la messa e la predica, nelle botteghe degli artigiani, nelle osterie, nelle «spezierie» e nei mercati. Circolavano un po’ ovunque, nella nostra penisola, specialmente nell’Italia del nord, anche scritti di altri riformatori come Calvino, Bucero, Zwingli, Ecolampadio, ecc. Non mancavano neanche scritti di italiani che avevano accettato il messaggio della Riforma.

A Padova e a Pavia studiavano anche giovani Valtellinesi e non può stupire che anche essi vennero in contatto con le nuove idee. In queste università hanno studiato molti dei riformatori italiani. Penso a Giulio da Milano o Della Rovere che ha studiato a Padova e divenne poi pastore di Poschiavo e Tirano, ad Agostino Mainardo, pastore di Chiavenna, che si laureò a Pavia, Girolamo Zanchi, bergamasco si laureò in teologia a Padova e anche lui arrivò a Chiavenna, e Scipione Lentulo, napoletano che nel suo peregrinare fra vari conventi italiani si laurea in teologia a Padova. Con l’arrivo in Valtellina di molti esuli religionis causa, uomini colti, il nuovo pensiero ha invaso anche la Valtellina e la Valchiavenna. La maggior parte svolgevano le funzioni di predicatori dell’evangelo o di maestro presso le famiglie più abbienti.

Ma non bisogna dimenticare l’arrivo di molti bergamaschi, bresciani, cremonesi e veneziani venuti in Valtellina sia per ragioni di fede che per ragioni di commercio. Alessandro Pastore, rifacendosi a una notizia di Federico Chabod, cita un compatto gruppo di esuli provenienti da Gardone in Valtrompia che trovano rifugio a Tirano. Il Ninguarda, nella sua visita pastorale del 1589, troverà a Sondrio una quindicina di famiglie provenienti da Gardone. Molti di questi gardonesi avevano abbracciato la nuova fede in seguito ai contatti commerciali con i riformati del posto. E un gardonese, Gabriele Averario, predicava nelle chiesa evangelica di Mossini sopra SondrioA. Pastore: Nella Valtellina del tardo cinquecento: fede, cultura e società. Ed. SugarCo, 1974; p. 117. Questo dimostra come la diffusione della Riforma è un fenomeno complesso che proviene da più direzioni e che trova diffusione soprattutto attraverso gli scambi commerciali e intellettuali già esistenti. Dal dibattito alla cristallizzazione di comunità evangeliche in senso compiuto però c’è una differenza. Ma su questo tornerò più avanti. Torniamo piuttosto al dibattito in Valtellina come ci è stato tramandato dalle fonti.

La trilogia di Lutero affrontava i temi centrali del pensiero protestante che davano adito a controversie. Pensiamo solo per un momento alle tre dispute teologiche a noi note che si sono svolte nella nostra regione: a Sondrio la disputa sul Papa, a Tirano sulla natura e sull’opera di Cristo e a Piuro sulla messa. Queste dispute sono nate nel tessuto sociale dove persone comuni o colte dibattevano per le strade e nelle piazze, nelle botteghe degli artigiani, o che ascoltavano dalla viva voce di mercanti che dai loro viaggi per ragioni di affari erano venuti in contatto con il pensiero dei riformatori e acquistarne anche i loro libri. Tutto questo rispondeva, non a una semplice curiosità intellettuale, ma ai veri bisogni religiosi e spirituali che non trovavano risposte nelle pratiche tradizionali. Ne troviamo conferma soprattutto nelle dispute di Tirano e di Piuro con il concorso di tanta genteFloriana Valenti: Le dispute teologiche tra cattolici e riformati nella Rezia del tardo Cinquecento. Sondrio 2010. È un’opera importante perché, per la prima volta, vengono messi a conoscenza i testi delle dispute.. Non si può pensare che queste persone vi partecipassero per semplice curiosità. Io credo, invece, che era espressione, per lo meno, di un profondo disagio spirituale e del desiderio di trovare una risposta alle proprie domande.

Si formarono così gruppi di studio della Bibbia e comunità evangeliche più o meno numerose su tutto il territorio. Gli articoli di Ilanz, sui quali tornerò più avanti, favorivano lo sviluppo di queste comunità. In seguito nel 1557, sempre la Dieta di Ilanz, decise che là dov’erano più chiese, una doveva essere concessa ai riformati e dove ce n’era una sola doveva essere usata da entrambi le confessioni in ore diverse. Inoltre la Dieta di Davos del 1558 stabiliva che il pastore riformato, quando ci fossero almeno tre evangelici, dovesse essere pagato con «uno stipendio di quaranta corone all’anno, da prelevarsi dalle entrate delle chiese, o dall’erario comunale, se quelle non fossero sufficienti»E. Camenisch: Storia della Riforma e Controriforma nelle valli meridionali del Canton Grigioni, p. 30 e 32.

Alla base di queste decisioni, e che causarono numerosi dissidi, c’è un problema molto più serio: la crisi del feudalesimo, cominciata già molto prima, ma che ancora non aveva trovato una soluzione giuridica adeguata. Il libero Stato delle Tre Leghe era diventato una repubblica comunale con un marcato localismo. Nel 1526 i delegati della Dieta comune emanarono un documento di venti articoli, che limitavano massicciamente le pretese dei signori feudali, in particolare del vescovo di Coira. E proprio l’indebolimento della posizione di quest’ultimo favorì lo sviluppo della riforma protestante. La decisione di accogliere o meno la riforma fu in primo luogo di pertinenza delle singole giurisdizioni e comuni e non di un principe come era avvenuto in Germania. Negli stessi articoli veniva deciso una diminuzione dei tributi e rinforzarono la posizione dei contadini che giunsero al rifiuto di pagare le decime. L’ascesa del potere dei comuni divenne il cardine risolutivo del potere nel Libero Stato. Questa nuova realtà spiega, almeno in parte, il divieto ai sacerdoti cattolici non locali di entrare in Valtellina. La ragione, a mio parere, è semplice: il vescovo di Como è visto come un principe straniero, nemico del libero Stato, e i sacerdoti che egli voleva mandare erano visti come potenziali nemici.

2. La guerra dei contadini

Un breve accenno alla guerra dei contadini scoppiata un po’ in tutta Europa ma anche a Mossini, sopra Sondrio, nel 1572. Questo evento è da ricollegarsi alla questione delle decime vescovili di cui erano titolari, in Valtellina, i membri della famiglia Beccaria. La questione era comune a tutta la cristianità e nasceva «da usurpazioni dei signori laici … o da alienazioni consentite dal potere ecclesiastico». Oltre 100 contadini della comunità evangelica di Sondrio si rifiutarono di pagarle A. Pastore, op. citata, p. 29. La guerra dei contadini era già scoppiata nel 1525 in Germania agli albori della Riforma e si diffuse in parecchie regioni, compreso il territorio delle Tre Leghe. I capi della rivolta compilarono 12 articoli. Nel preambolo si respinge ogni legame fra la Riforma e la rivoluzione perché il messaggio evangelico è improntato alla pace, all’amore, all’unità e all’indulgenza; ma se ora c’è violenza la causa è dei signori feudali che opprimono i contadini con crescenti tributiPeter Blickle, La riforma luterana e la guerra dei contadini. Ed. Il Mulino, 1983 pp. 35ss.. Nel primo articolo si rivendica il diritto all’elezione e alla destituzione dei parroci, poiché solo in questo modo è garantito a chiunque un insegnamento puro del vangelo, che prescinda dall’interpretazione e dalla tradizione della vecchia Chiesa. E l’art. 2 afferma che la decima va abolita e assegnata alla comunità e distribuita, per un verso al parroco e ai poveri, e destinata per l’altro, alla difesa del territorio, onde alleviare i membri del villaggio da un eccessivo carico di imposte.

Anche in questa circostanza si sottolinea la crescente importanza assunta dalla comunità locale e il rigetto dell’autorità dei feudatari. Si tratta di un processo non direttamente legato al dibattito teologico, ma al controllo dei beni della chiesa, gestiti nei Grigioni nel Medioevo dai vassalli vescovili. In Valtellina la situazione è invece diversa, probabilmente perché qui l’evoluzione dell’autonomia è bloccata dai dominatori stessi dopo la conquista del 1512. La debole struttura politica delle Leghe necessitava di una base di potere già esistente. Questo ha portato ad un prolungamento della struttura feudale. Le autorità delle Tre Leghe non abolirono dunque le decime in questo territorio per opportunità politica.

La riforma protestante di per sé – quella di matrice calvinista, concretizzatasi solo alla metà del ‘500 – oltre che mettere in discussione il vecchio assetto religioso, metteva però in crisi la posizione dei signori feudali, visto che la struttura ecclesiastica che si impone prevede una struttura democratica della società. Possiamo quindi ritenere che buona parte dei notabili valtellinesi non si preoccupava in primo luogo di difendere il cattolicesimo, ma l’organizzazione e l’assetto sociale di cui essi erano i massimi beneficiari.

Chiesa riformata nelle Tre Leghe

Ed ora vengo a parlare brevemente della Riforma nel territorio delle Tre Leghe. Nella prima fase la riforma era vissuta come una chiamata alla libertà, e questo spiega perché all’inizio vi fossero diverse posizioni: luterani, zwingliani, calvinisti, anabattisti, antitrinitari, ecc. Benché vi fosse una visione comune e concorde nella lotta contro il cattolicesimo romano, restavano i conflitti fra le varie correnti evangeliche. Così fu necessario mettere dei paletti che richiamavano all’ordine e alla disciplina. Per questa ragione venne composta una confessione di fede, la Confessio Rethica, stilata dai due riformatori retici, Philipp Gallicius e Johannes Comander. I motivi della stesura di questa confessione sono molteplici. In primo luogo sono da ricercare nelle controversie teologiche sorte in particolare nel meridione delle Leghe: i dissidi culminati nella seconda disputa di Susch e le tensioni a Chiavenna tra i quali notiamo la presenza di Camillo Renato in dissenso con il pastore Agostino Mainardo; poi si verificarono le spinte autonomiste di alcuni predicatori, esuli italiani per ragioni di fede, espresse in particolare da Vergerio, e infine le tensioni sorte nei baliaggi meridionale. Sono queste le ragioni esposte dagli stessi pastori di Coira, Gallicius e Comander, in una lettera a Bullinger nell’aprile del 1553. L’iniziativa probabilmente è stata dettata dal Sinodo nella primavera del 1552 Paolo Tognina: La Riforma nei Grigioni, 1519 – 1553. Tesi di laura presso la Facoltà Valdese di Roma..

Ma questa confessione che doveva risolvere, in qualche modo, i contrasti teologici non trovò il consenso generale. Diversi pastori si rifiutarono di sottoscriverla e così furono espulsi dal Sinodo. Questo fatto spinse la Dieta, nella fine di giugno 1570, a dichiarare: «Ogni suddito della nostra giurisdizione o dimorante nei luoghi soggetti al nostro dominio, è tenuto a professare puramente e sinceramente una delle due religioni: o quella del Santissimo Evangelo secondo la confessione dello stesso Sinodo di Coira, o quella della Chiesa romana». Da quel momento la professione di dottrine eterodosse nelle valli di Chiavenna e della Valtellina non potevano più essere ammesse. Ma la decisione della Dieta retica non fu accolta ovunque con approvazione generale. Le voci di quasi tutti i ministri della Val Bregaglia e della vicina Piuro, la cui comunità ospitava diversi eretici e Camillo Sozzini non ubbidirono; invece roccaforti della difesa rigorosa dell’editto furono i pastori del terziere superiore tra i quali Giulio da Milano pastore di Tirano. Bartolomeo Silvio, allora pastore di Traona, si levò in difesa dell’antica libertas rhaetica. Protestò anche il pastore di Coira Johannes Gantner che, pur avendo sottoscritto la confessione di fede, prese le difese di un libraio di Coira, anabattista, espulso perché colpevole di aver venduto libri eretici. Gantner sosteneva che la fede è un dono di Dio e che nessuno doveva essere in coscienza costretto a osservare un credo che non condivideva. Così venne espulso dal Sinodo e più tardi riammesso.
Il Sinodo costituitosi nel 1537 aveva diversi compiti, primo fra tutti quello di esaminare i candidati al ministero pastorale, ma non aveva il compito di inviare i ministri nelle varie comunità: questo era una prerogativa delle singole comunità che avevano l’autorità e il diritto di nominare o di licenziare i propri ministri. Questo è valido ancora oggi.

Ora solo poche parole sul pastore Gaudenzio Tackh o Tacchio senior, di cui per la verità sappiamo poco. Secondo il Truog egli è stato pastore a Brusio dal 1609 al 1615, poi a Zuoz dal 1615 al 1617. In seguito è stato sospeso dal Sinodo fino al 1637 quando è stato riammesso. Non conosco i motivi. Ma si può fare qualche supposizione: forse anche lui, pur essendo passato molto tempo dall’editto del 1570, non condivideva la rigidità della Chiesa retica e quindi fu sospeso, per poi rientrare nel 1637 quando divenne pastore di SilvaplanaVale la pena ricordare che nello spazio dal 1609 al 1614, dal 1616 al 1620 e 1627 non ci sono verbali delle riunioni sinodali. Inoltre dal 1621 al 1626 e dal 1629 al 1631 non ci sono state sedute sinodali [Andreas Anderfuhren: Der Dekan in der Evang.-Ref. Landeskirche des Kantons Graubünden, in Bündner Monatsblatt – Beiheft Nr. 14, 2011]. Questo è il periodo noto come i torbidi grigioni in cui lo sviluppo della Riforma attraversava un periodo difficile a motivo dei contrasti politici tra il partito filo francese e quello filo spagnolo..

In sintesi possiamo dire che la costruzione della chiesa riformata richiede tempo e che se da una parte il sinodo cerca di fare ordine, l’autonomia comunale favorisce il mantenimento di una varietà di visioni per alcuni decenni. Come tale è possibile sapere chi è membro del sinodo e quindi un pastore a pieno titolo e invece chi agisce in modo informale nelle comunità. Inoltre gli espulsi dal sinodo rimangono a volte come docenti privati nelle famiglie notabili.

Non posso addentrarmi sul tribunale di Thusis, in primo luogo perché manca ancora un giudizio storico oggettivo e sereno. Una cosa, però, va detta con molta chiarezza: il tribunale penale di Thusis costituisce una macchia per la storia delle Tre Leghe che non va lavata a buon mercato. Questo tribunale, visto soltanto come responsabile della morte di Rusca, in realtà va letto nel conflitto tra Spagna e Francia e alla diffusa corruzione nel territorio delle Tre Leghe. Il partito filo-francese vedeva nei sostenitori della Spagna un serio pericolo per la sopravvivenza del Libero Stato e la stessa sopravvivenza della Riforma. È in quest’ottica, a mio parere, che vanno lette le sentenze di condanna emesse dai giudici. Va detto anche che quel tribunale emise dall’agosto 1618 al gennaio 1619 ben 157 condanne contro altrettanti imputati e nei successivi quattro mesi altre 150 sentenze, alcuni furono condannati alla pena capitale, altri all’espulsione e alla confisca dei beni. Meno di venti condanne riguardavano i valtellinesi e oltre centotrenta i grigionesi. Credo che dobbiamo giudicare la tragedia di questi fatti storici come un atto di barbarie che non può essere giustificato con nessun motivo. Al tempo stesso auspichiamo una ricerca storica più approfondita in cui i fatti vengano valutati con oggettività tentando di valutare con lo stesso metro gli avvenimenti uguali.

Questa storia è terminata con il cosiddetto “Sacro macello di Valtellina” dove perirono circa 400 riformati. Molti espatriarono. Si contano che circa 200 evangelici valtellinesi siano andati a Zurigo dove costituirono una comunità guidata dal pastore valtellinese Vincenzo Paravicino di Caspano. Egli scrisse la «Vera narrazione del massacro di Valtellina» nell’anno 1620, stampato a Zurigo nel 1621 e poi tradotto in tedesco, in francese e in inglese. Fu di nuovo edito dalla Editrice Claudiana nel 1886Emidio Campi, Vincenzo Paravicino (1595-1678) tra la Valtellina e la Svizzera, in Il protestantesimo di lingua italiana nella Svizzera. Ed. Claudiana 2000.. Altri valtellinesi scampati all’eccidio si rifugiarono a Ginevra. Di questo esodo ci è rimasta la testimonianza di due donne che, scampate al massacro, furono costrette a partecipare alla messa se volevano salvare la propria vita. Pentite per quell’atto si rifugiarono a Ginevra dove fecero la loro confessione per chiedere perdono a DioA. Pastore: I poveri grisoni esiliati dopo il sacro macello del 1620, in Per Marino Berengo. Studi degli allievi. p. 378. F. Angeli editore, 2000.

Sintesi

In conclusione dunque mi sento di affermare che la Riforma in Valtellina è un fenomeno complesso che non può essere ridotto alla contrapposizione fra fede dei dominatori e quella dei sudditi, visto che la Riforma ha avuto un suo sviluppo autonomo direttamente in Valtellina.
In secondo luogo, gli articoli di Ilanz sono, e qui mi rifaccio alla letteratura retica che li ha studiati a fondo, essenzialmente espressione dell’evoluzione istituzionale. Al momento della loro redazione mancava infatti ancora la coscienza dello strappo radicale dalla tradizione cattolica.
Come dimostrano i pochi esempi che ho citato, l’imposizione progressiva della nuova ortodossia protestante ha suscitato diatribe importanti. Queste hanno toccato solo marginalmente il rapporto fra Leghe e sudditi, ma è soprattutto legato ad un numero consistente di profughi per fede, arrivati dalla Penisola.
Come ultima cosa, la radicalizzazione del Seicento è certamente frutto delle tensioni del secolo precedente, ma è da vedere in un contesto politico e sociale prima che religioso. Raramente si può infatti parlare di una politica coerente delle Leghe, ma di geometrie variabili date dagli interessi dei comuni e delle famiglie che, proprio nel ‘600 conquistano maggiore potere. Sfavorite in questo contesto sono comunque le élites valtellinesi nella loro posizione di sudditi. Inoltre, l’ondata di profughi Valtellinesi che raggiunge il nord delle Alpi, Zurigo e perfino Ginevra, dimostra inoltre che la loro forza numerica ed economica non è probabilmente da sottovalutare, anche se non è possibile definirne l’entità esatta.

© Carlo Papacella, Poschiavo, Tutti i diritti riservati