Dialogo teologo sociologo (2016)

Riportiamo qui l’audio della conferenza del 15 gennaio 2015 che ha visto un confronto fra Sergio Ronchi e Aldo Bonomi.

Segue qui sotto il testo preparato per la conferenza da Sergio Ronchi.

1. Premessa

L’idea di questo incontro non mi è venuta naturalmente dalla teologia, bensì dalla storia: da un saggio di Jacques Le Goff sulla città medievale, in cui poche ma acute pagine sono dedicate alla immagine della città nella Bibbia («il tema urbano è un tema biblico fondamentale»). In seconda istanza, da un testo di un teologo riformato svizzero, André Gounelle, Nella città. Riflessioni di un credente (tu, Aldo, hai avuto modo di prenderne visione), che mi ha suggerito un incontro a due voci: quella del Centro (la mia), un po’ teologica, e quella di un sociologo esperto in territorio e, perdipiù, sondriese. Insieme, perché la prima voce opera “in stato di trasferta” (vive a Milano) in una città poco conosciuta, lembo di un territorio ancora “ignoto”; non così, al contrario, si può dire per la seconda voce.

2. Sulla memoria storica

Il Cec è nato nel 1974 con l’intento di offrire una testimonianza cristiana protestante nella città di Sondrio attraverso una presenza culturale. In ciò, nessuna rivalsa confessionale quattro secoli dopo e ancor meno “voglia matta” pregressa di nemesi storica.
Si pensi che, due anni fa, in pieno giugno, insieme alla associazione Amici della Biblioteca di Sondrio (con due soci, oltre al Presidente), abbiamo registrato una sessantina di presenze, “inaspettate” a una tavola rotonda su «Le dispute fra cattolici e riformati nella Valtellina del XVI secolo». Pertanto, mi sono chiesto (e mi chiedo) se il cosiddetto Sacro Macello, più o meno in fondo, non sia mai, seppur variamente, “emigrato” dalla Valle.
«La memoria è del tempo» scriveva Aristotele. Del resto – ci insegna Paul Ricoeur (Passato, memoria, storia, oblio, in Ricordare, dimenticare, perdonare [1998], il Mulino, Bologna 2004) – «[…] la memoria è il presente del passato e il passato è detto tenuto nel presente» (52). Aggiunge il filosofo riformato credente: «[…] è dalla memoria che dipende la direzione dell’orientazione nel passaggio del tempo: del passato verso il futuro» (53). In più, «[…] [i] racconti condivisi […] forniscono un profilo, un’identità etnica, culturale o religiosa a una data identità collettiva» (54). Tratti distintivi, questi, che vengono sottolineati dai nazionalismi. Insomma, tracce di eventi che hanno segnato la storia di popolazioni; i quali, poi, vengono a emergere, vengono “proposti” in occasione di riti o di celebrazioni pubbliche. E chiedo, e mi chiedo, se sia proprio così qui in Valle.
Accanto alla memoria trova posto l’oblio: conservazione del ricordo e rimemorazione; e, accanto a entrambi, il perdono (cfr. 99). Esso – sottolinea Ricoeur «[…] presuppone la mediazione di un’altra coscienza, quella della vittima, la sola abilitata a perdonare. L’attore principale degli avvenimenti che feriscono la memoria – l’autore dei torti – può soltanto chiedere perdono; ancora, deve affrontare il rischio del rifiuto» (110-111) – una possibilità erta «[…] contro la facilità del perdono […]» (111).
Nella tua Introduzione a La Malaombra. Il perturbante caso dei suicidi in una vallata alpina (codice edizioni, Torino 2011), a proposito della deriva costantiniana parli della sua conclusione «[…] per noi, valligiani, nel sacro macello della Valtellina nell’Europa della guerra dei Trent’anni» (XI). Allora, ti domando in quali termini, in qual senso, il 1620 sia finito, qui, in Valle, nella memoria collettiva, rispetto al trinomio memoria-oblio-perdono o in sé.

3. Sulle identità

Due parole sul concetto di identità mirata a una definizione del Cec, il cui “volto” è dato, a un tempo, da attività culturali non “autonome” quanto alla “provenienza” da lontano (fatta di storia e di fede), cui vanno ad aggiungersi naturalmente incontri biblici non da conventicola, e cultuali (culti mensili di una piccola comunità riformata).
Psicologia e filosofia sociale ci parlano della identità in termini di «[…] comprensione o immagine di sé, individuale o culturale, di persone o gruppi» (M. Quante, voce identità, in N. Pethes-J. Ruchatz, Dizionario della memoria e del ricordo [2001], Bruno Mondadori, Milano 2002, 243 [242-245]). Una auto-comprensione, dunque, di persone la cui esistenza permane nel tempo e che «[…] posseggono una coscienza della propria identità in un punto del tempo e lungo il trascorrere del tempo» (ivi, 244).
In concreto, una continuità di una grandezza confessionale che affonda le proprie radici nella Riforma – sempre da ripensare e non già da “storicizzare”, così snaturandola –, condizionata teologicamente spiritualmente culturalmente dalla parola scritturale, immessa quindi nell’orizzonte di una testimonianza cristiana da essa parola sostanziata e inverata.
Questo Cec ha sede nella città di Sondrio e qui cerca di vivere conformemente alla propria identità e senza intendimenti proselitistici. In quali termini?
Il programma del Cec ha a fondamenta una parola di Paolo: «Scrutate tutto, conservate ciò che è buono» (I Tess. 5,21). È una esortazione a frenare espressioni di entusiasmo che non intende discernere, un invito a saper distinguere al fine di evitare un appiattimento; «[…] l’esaltazione entusiastica [va ricondotta] alla dimensione della responsabilità quotidiana» (W. Marxsen, La prima lettera ai Tessalonicesi [1979], Claudiana, Torino 1988, 92).
In altre parole: la fede è critica. Il che implica anche una responsabilità di linguaggio e, quindi, sul piano della comunicazione, un rivolgersi agli interlocutori senza parlare in dialetti di sorta. Per dirla con Paul Ricoeur, «soltanto una fede che si interroghi può dialogare con una ragione che si interroga» (Pluralismo e convinzione, in «Protestantesimo», XLII [1987], n. 3, 137 [129-139]). Altri ha scritto: «La fede deve essere attenta al pensiero critico contro il cortocircuito della rinuncia allo sforzo intellettuale: la misura di ragione critica che viene sottratta alla fede verrà sostituita necessariamente dalla superstizione» (E. Jüngel, Che cosa è lo «specifico cristiano»?, in Possibilità di Dio nella realtà del mondo. Saggi teologici, Claudiana, Torino 2005, 104 [103-106]).
Dunque, con dette premesse, Aldo, ci siamo identitariamente calati in e rivolti a un frammento di territorio, come tu stesso hai potuto constatare leggendo della nostra storia e delle nostre attività. Da un lato con tematiche storiche di sorta senza “rimuovere” l’attualità; dall’altro con “approcci” rivolti alle sue realtà dimensioni necessità emergenze.
Abbiamo così scoperto, fra altro, l’estensione di questioni esistenziali unificanti città e provincia: dalle dipendenze al disagio psichico al suicidio (le percentuali in Valle, oltre il doppio della media nazionale, sono state “denunciate” dalla ricerca di cui scrivi ne La Malaombra con un tuo “appello” a una consapevolezza collettiva ineludibile: «La freddezza dei numeri ci dice che il fenomeno ci riguarda, ci è prossimo» [IX]), dai diritti alla pena di morte al lavoro. E su entrambi i versanti non sempre abbiamo registrato presenze, a partire dalle associazioni stesse aderenti alle nostre iniziative (penso, in particolare, alla storia in senso lato e non meno al lavoro e alle dipendenze). Eppure, cito dalla Guida al volontariato nella provincia di Sondrio (2014) della Lavops, «le rilevazioni ufficiali […] evidenziano […] che la presenza del mondo associativo in provincia di Sondrio sia sempre più radicata […]», onde «[…] affrontare le nuove dimensioni del disagio presenti anche nella nostra provincia». In più, mi sono sentito dire: «Per sentir parlare di diritti etc. dobbiamo venire da voi; ho detto a me stesso: bene!; e ho aggiunto: non riesco a capire!
A questo punto, sarebbe opportuno chiarirsi le idee circa il territorio sul quale operiamo da 41 anni.
Mi vengono in aiuto, in particolare, alcune pagine del tuo Sotto la pelle dello stato. Rancore, cura, operosità (Feltrinelli, Milano 2010), laddove parli di una «[…] ipermodernità che avanza […] composta da flussi e da luoghi, da flussi che impattano sui luoghi» (119); e, nel bel mezzo dei flussi, fa capolino la categoria del territorio, che puntualizzi nei seguenti termini: «Il territorio è quella categoria in cui flussi e luoghi sono più visibili(120). Però, tale categoria è ormai rosa da abusi di linguaggio; si tratta, allora, suggerisci, di pensarla. E individui tre modi. A noi interessano, in particolare, il primo e l’ultimo. Il primo: «[…] luogo del rinserramento e della chiusura, della selezione dell’altro da sé […]». L’ultimo: «[…] spazio di rappresentazione dove precipitano le tecnologie, le nuove forme dei lavori, […] per andare nel mondo con una visione aperta […], per un territorio aperto)» (121).

3.1 Qui, inserirei la “calda” questione degli immigrati, che insieme ad altre (nominate e non) rientra nel discorso sul “nostro” prossimo. Ce ne siamo occupati due volte nell’arco temporale di cinque anni; e in entrambe le occasioni, abbiamo registrato presenze direi “altre”: una quindicina di persone, con un solo immigrato, e oltre trenta con molti diretti interessati.
Gounelle indica acutamente un tema biblico, quello della casa e della strada. «Si tratta» scrive «della tensione tra la casa e la strada. L’abitazione rappresenta la nazione e le radici, mentre il viaggio fa scoprire al tempo stesso l’individualità e l’universalità.» (120-121)
A questo punto, dobbiamo parlare, noi Cec, di solidarietà sociale (Johannes Calvinus docet!). L’altro – straniero in specie, ma comunque l’altro quale “categoria” – occupa uno spazio; e tale spazio lo rende a noi prossimo. Insomma, il “vecchio” binomio biblico dello «Io-Tu» della creazione messo poi magistralmente a punto da Martin Buber con il suo «principio dialogico». «Accanto ai fratelli che compongono la società umana,» puntualizza Gounelle «esistono dei vicini e dei prossimi che formano insieme a noi una comunità cosmica. Abbiamo il dovere di rispettarli e prendercene cura.» (105, 107). A questo punto, citerei alcune tue parole da Sotto la pelle dello Stato: «Un populismo che si alimenta di ideologia differenzialista che considera incompatibili tra loro culture e religioni. E che parte dall’abitare originario (o supposto tale) di un luogo per stabilire i confini dell’appartenenza e dell’inclusione nel luogo stesso» (106). Altrettanto, il sociologo di Parigi Michel Wieviorka sottolinea «l’inquietudine delle differenze», che possono essere comprese come «una minaccia» (L’inquietudine delle differenze [2007], Bruno Mondadori, Milano 2008).
Nel buttare a mare le nostre divisioni/differenze/alterità fra «umani e non-umani», arriviamo al tuo «se il territorio va pensato, discutiamo come pensarlo, ma teniamo ben presente che il territorio non è un luogo neutro. Per la comunità vale lo stesso» (Sotto la pelle dello Stato, 122).
A questo punto, tu impieghi una bella e pregnante espressione concettuale: comunità di cura, che definisci «forte», immersa nel «[…] tessuto sociale, tra i legami deboli […]», e contrapposta a una altrettanto forte «comunità del rancore» (122). Però, vai oltre; vai oltre una mera arida contrapposizione fra le due comunità: «Bisogna cominciare» scrivi «a interrogarsi anche su quella che io chiamo la comunità operosa, la comunità che è dentro le dinamiche economiche e i grandi processi di cambiamento» (123). Poi, precisi; parli, cioè, di «comunità come assenza», come «parola fantasmagorica», in quanto «[…] la comunità è la conseguenza di un deficit del soggetto, non una sua proprietà, è un impasto di “dono” e “onere” che deriva dalla consapevolezza del soggetto di non essere completamente padrone di se stesso e perciò di essere obbligato alla relazione con l’altro in un circuito di reciprocità e mutualità» (146). Qui, io integrerei – funzionalmente al nostro dialogo – quanto tu scrivi nella Introduzione al volume a due voci (tu e lo psichiatra Eugenio Borgna), Elogio della depressione (Einaudi, Torino 2011): «La metafora della sociologia come disciplina, che si confronta con la conoscenza della realtà come terra di mezzo fra l’io e il noi, e con la comunità di cura come ideale modello di mediazione dei conflitti […]» (IX).

3.2 Non trascurerei, in ultimo, il fatto religioso. Su tale versante, ci siamo occupati anche di laicità con il patologico “caso Italia”. Secondo Max Weber, la religione biblica «disincanta» il mondo. Gounelle suggerisce: «[…] si potrebbe dire che la professione di fede del cristiano coincide con la sua professione laica nella società» (30). Mi domando se tale coscienza laica sia diffusa da queste parti; del resto, la laicità – che ben si coniuga con il pluralismo religioso – è «una normalità da preservare e coltivare» (Gounelle, 33).
Nel corso di un breve ma “spesso” colloquio con don Marco Zulbiani ho appreso che in Sondrio parrocchie e amministrazione comunale collaborano entro parametri di rispetto e lealtà, senza che mai si accusino da ambo le parti tentativi di sopraffazione.
Poi, rispetto al discorso sulle reliquie (penso all’altare della Collegiata), non sono da registrare aspetti di religiosità deteriore. Piuttosto, un recupero di atteggiamenti devozionali, uno studio della Scrittura limitata però alla fascia degli adulti (non si notano presenze giovani alla messa), volontariato e attenzione verso l’aspetto caritativo. E, poi, un dato statistico: il 10% della popolazione sondriese è costituita da immigrati, che conoscono situazioni di degrado (La Piastra).
Immigrati, appunto; ovvero, una società multiculturale che deve rivelarsi autentica espressione di pluralismo interagente: musulmani, ortodossi.
Si pone, così, inevitabile, la domanda circa il volto della Valle rispetto a tutto ciò.
Infine (mi riferisco al cristianesimo cattolico), mi interrogo anche su alcuni aspetti: si può parlare di scollamento fra l’istituzione-Chiesa e i concreti bisogni spirituali, oltreché di differenze/particolarità della valle rispetto al resto del Paese?