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La Crisi della democrazia Cosa è politica?

prolusione – SCUOLA PER LA DEMOCRAZIA 2022

di Luigi Manconi

3-9 luglio

Un tempo per riflettere su cosa sia politica e a quale democrazia possiamo aspirare insieme a molti ospiti.

Limitatamente alla lezione della prolusione, il già senatore Manconi facendo riferimento al progetto dei Corrdoi Umanitari e a quella di 3 vite spezzate (Stefano Cucchi, Giulio Regeni e Federico Carboni) ha posto con sagacia argomentativa il tema del dolore. Di questo dolore della società civile sono esplorate 4 dimensioni: la mancata inclusione/accoglienza, il mancato rispetto da parte dello Stato per il patto instituzioni-cittadino, la mancata credibilità dei governi italiani nel concerto internazionale, la mancata disponibilità a lasciare il cittadino libero potersi disallineare dalle costrizioni e inibizioni sociali.

Non si vuol assolutamente escludere l’altezza politica di alcuni temi quali il lavoro, la sanità, la disoccupazione, ma il punto è non rimanere indifferenti al grido di sofferenza presente nella società!

Domenica 3 luglio presso l’aula sinodale della Casa valdese di Torre Pellice. Luigi Manconi – senatore della Repubblica e sociologo – così partendo da questa domanda pronuncia un MANIFESTO DELLA DEMOCRAZIA PER UNA PRESENZA ATTIVA DEI PARTITI NEI LUOGHI DEL DOLORE.

Manconi ritiene che l’aver smarrito il significato profondo di politica ha condotto alla crisi della democrazia. Egli sviluppa il suo discroso come un distico: nella prima parte, parla della crisi della democrazia poggiando sui dati della partecipazione ai turni elettorali di Italia, Francia, Spagna, Germania, Gran Bretagna e Stati Uniti dal 2008 al 2022. Nella seconda parte, rintraccia un fil rouge tra i Corridoi Umanitari per i prifughi, la vicenda di Stefano Cucchi, quella di Giulio Regeni e di Federico Carboni, scorgendo in quei quattro esempi il tema eluso dai politici: il grido di dolore che sale dal demos.

La crisi della democrazia

I fattori che si possono invocare sono molteplici: sia la diminuzione del capitalismo industraile sia l’espansione dell’economia finanziaria sia l’internazionalizzazione del potere (fondo monetario mondiale, BCE e il pullulrare di organizzazioni sovranazionali – lo Stato è sempre meno importante, si pensi al peso che la BCE ha nell’attuale biografia di un europeo) sia, infine, l’involuzione autoritaria dei regimi democratici (le cosiddette democrature che rappresentano la mortificazione dello Stato di diritto).

Tre meccanismi accompagnano il declino delle democrazie: l’astensionismo, la crisi dei partiti di massa e i processi di ridifinizione e di «riqualificazione della politica» (Carlo Donolo).

L’ astensionismo, ovvero la decrescita stabile della partecipazione alle urne in tutte le turnate elettorali così come è analizzabile nelle recenti performance elettorali:

  • in Italia, le amministrative GIU.2022 (818 comuni) registrano un flusso del 54,7%, le politiche del 2018 registrano un flusso del 72,93%, in calo rispetto al 2013 (75,18%) e al 2008 (80,63%). Il recente referendum (GIU.2022) sulla giustizia registra un flusso di 20,94%.
  • in Francia, le elezioni legislative 2022 (primo turno) registrano un flusso del 47,51%; le elezioni presidenziali del 2022 (primo turno) registrano un flusso del 73,69%; le elezioni presidenziali 2022 (secondo turno) registrano un dato del 71,99%.
  • in Germania, le elezioni federali del 2022 registrano un dato del 76,8% (+ 0,6% rispetto al 2017).
  • in Gran Bretagna, le elezioni del 2019 registrano un dato del 67,3%.
  • in Spagna, le elezioni di APR.2019 registrano un dato del 75,8% (+9,3% rispetto al 2016) NOV.2019 registrano un dato del 69,88% (+ 4,6% rispetto al 2016) – affluenza 2016: 66,48 %.
    • Podemos APRILE 2019 14,32%; NOVEMBRE 12,86% (- 50% rispetto al 2016: 21,15%).
  • in USA, le elezioni del 2020 registrano un record di affluenza (+ 19% rispetto al 2012: 55,7%, a sua volta in aumento di 0,8% rispetto alle precedenti.

Una prima consideazione, stando al trend generale della partecipazione alle elezioni, le persone sono sempre più consapevoli dell’ininfluenza del valore del voto rispetto alle decisioni politiche.

Eppure con l’astensionismo si registrano controtendenze e ritorni di presenza. Questa costatazione contraddice le previsioni degli analisti che stanziavano su un astensionismo assai più diffuso e radicato. La mia conclusione è che nonostante la diminuzione compelssiva dell’affluenza alle urne le elezioni suscitano inaspettato interesse.

In particolare, in primis noto che qualsiasi evento intervenga in un paese a rompere l’0rdinaria monotonia della vita politica crea partecipazione. Magari è un dato intuitivo dell’esperienza, ma ne abbiamo la conferma documentata dall’affluenza alle urne.

Per esempio, in Germania l’uscita di scena di Angela Merkel ha registrato un maggior flusso elettorale, in quanto si è percepita la possibilità di competizione. In USA, lo stesso si dica per l’aumento di elettori alle elezioni del primo presidente afroamericano Barack Obama. Un esempio di altra natura è offerto dall’andamento elettorale del Partito Podemos in Spagna: in questo caso, si impone sulla scena un partito «novità-immediatezza» (apparato originale rispetto a quelli tradizionali) che nel 2016 riceve il 20% dei consensi, ma dopo 3 anni perde il 50% di quei voti, nonostante la partecipazione elettorale cresca. Un fenomeno paragonabile lo osserviamo in Italia nel 2018, allorquando il partito immediatista M5S ottiene il 32% dei consensi, previsionalmente quel dato sarà ridimensionato alle politiche della primavera 2023.

La seconda considerazione, la partecipazione elettorale è importante, ma è necessario collocarla nei processi più ampi della crisi dei partiti politici. Un’ipotesi di lavoro sono le RIFORME, una parole abusata, che allontana, ma ineludibile dal dibattito.

La crisi della partecipazione politica esige le necessarie riforme istituzionali. Pensiamo a due elementi solo apparentemente marginali: primo, la struttura parlamentare della Repubblica italiana in Camera e Senato, due aule fotocopia – l’unica riforma adottata è stata la riduzione di un terzo… Secondo, il sistema elettorale, l’attuale dibattito parlamentare verte verso un sistema integralmente proporzionalista, una virata destinata a produrre ulteriore disaffezione nella cittadinanza. Infatti, l’unico risultato prevedibile è il conferimento di maggior potere ad alcuni politici che andrebbero a rafforzare il sistema di relazioni territoriali (cioè a irrobustire l’apparato amministrativo clientelare), ma nei confronti del cittadini avrà l’effetto dissuasivo e disincentivante, allontando ancor più dai processi democratici.

Un ultimo fattore è quello della crisi della militanza politica, una parola belliscosa e quasi sgradevole, ma rivelatrice di un afflatto volontaristico genuinamente politico – una delle grandi facoltà dell’uomo e delle risorse dell’individuo.

In ultima istanza, se i partiti politici sapranno ben inquadrare questa crisi della militanza politica potrebbero essere in grado di ridifinire cos’è politica e magari ritrovare quelle realtà sotterranee (non nominate, né definite nell’agenda politica) la cui affermazione e rivelazione potrebbe dare nuova linfa ai partiti politici.

Cosa è politica?

Rispondo a questa domanda centrale spigolando dal regesto del sommerso politico d’Italia 4 casi esemplari con l’intenzione di mostrare la centralità politica del tema della sofferenza.

Primo, venerdì primo luglio 2022 alle 4:00 (a.m.) atterra a Fiumicino dalla Libia un Corridoio Umanitario (d’ora in poi CU) che salva più di 90 esseri umani, notizia priva di alcuna legittimazione politica. I CU cosa sono? La manifestazione di un’attività filantropica? Un atto umanitario? NO!

I CU sono la manifestazione politica di un dicorso più ampio in cui rientra lo IUS SCHOLAE. I CU e lo IUS SCHOLAE sono parte di una generale politica dell’immigrazione che passa per l’Articolo 10 della Costituzione della Repubblica italiana, passa per il diritto d’asilo, passa per i valori dell’integrazione, dell’inclusione e della solidarietà: i fattori che sono il cuore e il sangue dell’agire politico, la ragione e la passione della politica.

I CU e lo IUS SCHOLAE non sono cose con cui proteggersi da xenofobi e razzisti, non sono qualcosa di cui vergognarsi o tacere finché non passano in parlamento. NO! i CU e lo IUS SCHOLAE sono l’orgogliosa rivendicazione di un principio ispiratore della politica nazionale per l’Italia, che è economica, sociale, giuridica e non riguarda tanto gli stranieri, ma inevitabilmente passa per l’integrazione di quegli stranieri con IUS SCHOLAE, IUS SOLI, CU e la coperazione internazionale.

Secondo, il 22 ottobre del 2009, presso la camera detentiva dell’ospedale Sandro Pertini di Roma muore Stefano Cucchi, la sentenza definitiva della cassazione condanna per omicidio preterintenzionale due carabinieri. Da questa sentenza si è aperta una nuova indagine sui due criminali in divisa e ha rivelato una rete criminosa di complicità, connivenze e omertà.

La vicenda di Stefano Cucchi quale significato ha? Qualcuno, distrattamente, potrebbe ritenerla una vicenda di malasanità o di ordinario abuso delle FF.O. Io ritengo anche questo caso un vicenda squisitamente politica.

Tornando alle fondamenta, sia noto che ciascun manuale del primo anno di scienze politiche insegna che alla base del rapprto tra organismi, istituzioni e cittadini v’è un patto: lo Stato promette di tutelare l’incolumità fisica e psichica dei cittadini e i cittadini promettono di obbedire, ovvero di pagare le tasse e di rispettare la legge.

Sull’ossevanza di questo patto si fonda la legittimità giuridica e morale dello Stato, se dunque un cittadino non è appropriatamente protetto, ma anzi sente la sua vita insidiata dagli apparati dello Stato, viene meno quel patto e con la violazione dell’incolumità dell’individuo si polverizza lo Stato. Lo Stato, non semplicimente crolla e fallisce, ma si dissolve mancando alla sua promessa prima: quella che fonda la sua legittimazione morale e giuridica a essere Stato.

Lo schema è difficilmente contestabile eppure la classe politica non interpreta così la vicenda. I politici comprendono questo come un epifenomeno pertiente alla mera sfera giudiziaria, nonostante la vicenda attagli al più ampio sistema delle relazioni tra il cittadino e lo Stato. In quanto chi avrebbe dovuto difendere il corpo di Stefano Cucchi lo ha lasciato morire. Lo ribadisco, quando un cittadino, non importa il suo curriculum criminale, la sua nazionalità, le sue idee politiche, si trova in custodia degli apparati dello Stato, il suo corpo – ATTENZIONE IL SUO CORPO! – diventa il bene più prezioso dello Stato.

Lo Stato che non custodisce adeguatamente questo bene preziosissimo tradisce la promessa prima sul qual si fonda il potere stesso dello Stato.

Terzo, il 25 gennaio 2016, la scomparsa al Cairo di Giulio Regeni il cui corpo martoriato ricompariva il 3 febbraio.

Il caso di Giulio Regeni è su un binario morto, ritengo sia difficilissimo ormai che emerga un qualche brandello di verità giudiziaria sul caso. O meglio, vi è una verità, quella elaborata sapientemente dalla procura di Roma che ha portato all’individuazione (nomi e cognomi) del servizio di intelligence dell’Egitto e delle loro responsabilità: sequestro, tortura ed omicidio. Qual è il significato di questa vicenda?

La vicenda Regeni è stata letta come la storia triste e solitaria di un italiano di 28 anni, il cui epilogo è da attribuirsi con grando di responsabilità crescente all’imprudenza dello stesso e della sua docente-tutor. Certo stiamo parlando di un caso umanitario! Certo l’università inglese ha la sua responsabilità! Certo siamo persuasi delle colpe dei suoi assassini! Ma personalmente leggo dell’altro.

Io, in questa vicenda, leggo la crisi della sovranità del nostro paese, leggo tutto quello che non possiamo fare. A mio avviso questa vicenda rivela un punto incandescente del ruolo internazionale dell’Italia, ovvero l’impossibilità per il nostro paese di tutelare la propria sovranità, di esercitare, dunque, un ruolo d’indipendenza nazionale che le consentisse di poter affrontare un regime distipico e di poter ottenere dei risultati.

I nostri governi si sono contraddistiniti per inezia, ovvero per l’incapacità di cogliere la straordinaria politicità di questa vicenda. Questa è una delle ragioni a causa delle quali lo Stato non è riuscito ad affermare la propria credibilità. La riprova di ciò è nell’approvazione tardiva di una fattispecie penale che traducesse in legge la sottoscrizione della convenzione internazionale dell’ONU contro la tortura di morte. Il lasso di tempo passato tra i due momenti è stato di 28 anni, esattamente l’eta di Regeni.

Io ritengo che ci sia una psicologia della restituzione e ritengo che in quella inerzia del nostro governo, dei suoi apparati e delle sue istituzioni nei confronti dell’omicidio, abbia pesato anche una sorta di complesso d’inferiorità: una sorta di sudditanza psicologica del paese democratico Italia che non poteva fermare con la suffciente energia e con la forza necessaria la cultura del più ignobili dei reati.

Quarto, due settimane fa a Sinigallia è morto Federico Carboni – il primo italiano che ha potuto fare ricorso al suicidio assistito per legittima concessione dalla Corte Costituzionale (2019).

Ancora una volta la politica tace, ma in sottofindo udiamo le voci di Federico, dei suoi famigliari, dell’associazine Luca Coscioni, della chiesa. E cosa dicono queste voci?

La libertà del cittadino è un bene più prezioso e valle assai più dei pregiudizi sociali e dell’inibizioni civili. Ancora un pieno politico che s’interroga sulla possibilità (lontana!) di una legge che possa riconoscere il principio dell’autodeterminazione a ogni individuo su di sé e sul proprio corpo (affermazione centrale del pensiero liberale di J. S. Mill – che parlò della sovranità del sé e del corpo).

I politici ritengono che il caso Federico Carboni nulla abbia a che vedere con la politica, ma che esso sia un caso mediatico, sociale e umanitario. Si badi, il presente convincimento è anche di quei politici che sono favorevoli alla libera scelta di Federico, ma non comprendono che quella libertà si colloca nella politica, rappresentandone la potenza e la cifra.

Ricapitolando, il progetto dei Corridoi Umanitari – ideati e coordinati da Paolo Naso e don Vincenzo Paglia – sono lo spunto per affrontare la prepotenza del menefreghismo della necessità di una politica meditata sull’immigrazione (informata all’articolo 10 della Costituzione e ispirata al cuore e al sangue dell’agire politico: la solidarietà, che oggi passa per lo IUS SCHOOLE). Il caso Stefano Cucchi è l’omicidio che affronta il dolore provocato dallo Stato quando non custodisce illeso il corpo di un cittadino, venedo delegittimato dall’onere giuridico e morale dell patto istituzioni-cittadino. La vicenda di Giulio Regeni è la biografia che mostra le conseguenze per la mancanza di credibilità di credibilità internazionale dell’Italia all’estero, la metafora che ritrae la tomba della sovranità del governo italiano. Infine, il suicidio assistito di Federico Carboni – lungi dall’essere una mera qustione di etica – rappresenta l’urgenza di dover comprendere la natura delle libertà individuali e il fatto che una loro mortificazione, anche solo per indifferenza è un delitto.

Eppure un minoritarismo prezioso come il sale e autorevole parla di questo dolore come di questo pieno politico – con l’intelligenza straordinaria di individuare temi dalla sfera privata e elevandoli a grandi questioni pubbliche (l’associazione Luca Coscioni, di Ilaria Cucchi, ai genitori di Regeni), ma non basta!

Non basta perché queste non sono voce della politica. Questi attori non sono più che un minoritarismo coraggioso, virtuoso che, però, non si traduce in azione politica e, quindi, non è in grado di rispondere al bisogno di giustizia di milioni di cittadini.

I partiti non sono lì: i partiti latitano all’aeroporto di Fiumicino, latitano dove vengono condannati gli assassini di Stefano Cucchi e i cittadini non sanno a chi rivolgersi.

Queste vicende esprimono delle aspettative squisitamente politiche che non sostituiscono le grandi questioni dell’economia e della politica intrnazionale, eppure sono in grado di interrogarsi sul grande tema della guerra (volutamente non evocato). Né i CU, né la domanda di verità e giustizia posta con forza allo Stato e al concerto internazionale, né una legge che riconosca il principio di autodeterminazione a un individuo (per di più malato) risponde alla domanda politica.

Solo se i partiti politici sapranno condurre al proprio interno – con i grandi temi del lavoro e della disoccupazione, ecc. – la grande questione del dolore, l’enorme tema totalmente rimosso della vita pubblica, sono convinto si potrebbe sperimentare una nuova vitalità e, insieme alla vitalità dei partiti, il rinnovamento della politica che si inverebbe certo nei processi lunghi e contraddittori della democrazia che quindi plausibilmente non potrà rinnovare radicalmente la politica così da condurre al superamento dei meccanismi che presidiano l’internazionalizzazione dell’economia e dei centri di potere, ma rappresenterà un elemento in controtendenza e di speranza.

Per chi volesse ascoltare il contributo dalla voce viva di Luigi può accedere alla rigestrizione sulla pagina FB della Fondazione Centro Culturale Valdese (l’intervento parte dal minuto 1h o5′).