LOGO

La scelta del logo è un’operazione identitaria: un bigliettino da visita, uno strumento, dunque, attraverso il quale ci si riconosce e in cui ci si rende riconoscibili.

Perché scegliere un Gallo per un centro culturale?

Noi del CEC si riconosciamo nel Gallo di colore terra di Siena perché siamo protestanti, per la nostra identità biblica, per la storia cristiana e radicalmente europea, perché ancora il gallo è un animale familiare delle nostre valli che il mattino ci desta.

Il Gallo perché esso è l’icona dell’ammonimento a ogni discepolo che, come Simon Pietro, deve far l’esperienza delle proprie fragilità a partire dallo status penultimo dei propri pronunciamenti: «In verità ti dico proprio tu, prima che il gallo canti due volte, mi rinnegherai tre volte». Non stupisce se nell’XI sec. Papa Niccolò I favorì la tradizione – ben radicata in nord Europa – di issare sui campanili delle chiese una banderuola a forma di gallo. L’attestazione più antica della forma a gallo di una banderuola risale all’820, voluta dal Vescovo Ramperto sul campanile romanico della chiesa dei Santi Faustino e Giovita a Brescia.

Poi durante il Basso Medio Evo anche altri edifici – i più alti – dei comuni ricevettero il permesso di poter istallare la banderuola a forma di gallo sul proprio tetto. E il simbolo assunse prestigio divenendo l’emblema di uno status sociale elevato.

Quale dovesse essere il significato simbolico per quanti accorressero in chiesa per celebrare Dio è stato disvelato dal riformato Christoph Sigrist durante un’intervista per il Cinquecentesimo dalla Riforma (2017): il gallo è l’immagine del Risorto essendo «il primo a salutare il mattino» rimanda a quelle donne che all’alba videro «la tomba vuota» e annunciarono «la resurrezione!». Del resto, ricorre anche nell’arte paleocristiana come simbolo di vita, vigilanza e risurrezione, quando rappresentato con un ramoscello nel becco. Questa prospettiva – nella medesima occorrenza dei 500 anni dall’affissione dei 95 Tesi – è allargata dal cattolico Christian Rutishauser, secondo il quale il gallo per l’essere umano è segno di «perdono» e che «le menzogne come fu per Pietro» il quale negò di conoscere Gesù «non possono salvare». In questo senso esso è per noi un monito a «non lasciarci allontanare da Gesù e se ciò dovesse accadere a far ritorno a lui, come Pietro che quando il gallo cantò, si sentì scoperto e pianse».

Probabilmente per questa polisemia cristiana nell’araldica il gallo simboleggia la vittoria e la salute e se in postura ardita (zampa alzata) indica il guerriero prode, vigile e pronto alle armi. È adottato come simbolo nazionale dalla Francia, ma lo troviamo anche negli stemmi di comuni italiani come Gallarate (Troncato, d’argento e di rosso, a due galli arditi, dell’uno nell’altro) o Parabiago (D’argento, al gallo, passante davanti al tronco di una quercia, radicata in un terreno erboso il tutto al naturale).

Un simbolo antico, dunque, ma variamente presente nella mentalità contemporanea perché animale allevato che i contadini ben sanno sa difendere la proprietà da ospiti sgraditi come le serpi.

A tutti questi significati storici, biblici, folcloristici che s’intrecciano e si giustificano gli uni negli altri, se ne aggiunge un altro di tipo sociologico: in Valposchiavo il gallo sormonta i campanili delle chiese protestanti, distinguendole da quelle cattoliche che hanno la croce. In Valtellina questa distinzione è incorsa nella damnatio memoriae successiva al Sacro Macello del 1620, eppure a Morbegno si può osservare sul campanile della Chiesa di San Nicola la scultura di un gallo, a questo punto ecumenico.