reliquiario

Calvino e il culto delle reliquie

Presso il nostro Centro, venerdì 16 settembre, ore 18.00, Sergio Ronchi (teologo e saggista) parlerà su «Calvino e il culto delle reliquie. Fede? Superstizione? Idolatria?».

Premessa. La fine del Medioevo è segnata dall’emancipazione dell’uomo: rivive «lo splendore del passato precristiano» e lascia alle spalle l’ideale ascetico. Anche nell’ambito della teologia, che viene così ridotta ad antropologia. «La “parte dell’uomo” […] faceva quasi scomparire quella di Dio. […] Nascono così le pratiche di nuove devozioni a potenze divine soccorritrici: l’Uomo di dolore o la Vergine dal manto protettore, la ricerca delle indulgenze, della remissione delle “pene”» (H. Strohl, Il pensiero della Riforma (1951), il Mulino, Bologna 1971, 26). Invece, ciò che caratterizza la Riforma è «la scoperta del Dio vivente, autore di ogni grazia e di ogni dono perfetto» (ibidem). È l’esperienza del Dio vivente, con il conseguente spostamento di accento dell’attenzione dalle istituzioni umane alla fede. Lutero sente posarsi su di sé la mano divina, in lui irrompe il Dio vivente; quando egli parla, parla da uomo posseduto da Dio. Zwingli ha la consapevolezza di essere «uno strumento di Dio, scelto e formato per una missione» (Strohl, 30).

E Calvino? Calvino parla di conversio subita, non repentina bensì subìta. È la ferma convinzione di essere un eletto: «soltanto per la grazia di Dio egli era tutto ciò che era divenuto» (Strohl, 32); la sua mano lo aveva afferrato per non lasciarlo più. In definitiva: per tutti i Riformatori, la loro vocazione era una mera iniziativa di Dio, non già una loro scelta. In una parola: per tutti loro, la fede è la consapevolezza di appartenere al Dio vivente e il culto delle immagini non è altro che una superstizione idolatrica papistica.
Per Calvino, nell’insieme, il culto delle immagini è una offesa arrecata all’onore di Dio, alla sua sovranità. Un esempio per tutti, la sua traduzione del testo biblico del secondo comandamento : «Non ti farai immagine scolpita né effige alcuna delle cose che sono nell’alto dei cieli né qui sulla terra né nelle acque sotto la terra. Non tributerai loro né adorazione né onore. Sono l’Eterno vostro Dio, Dio forte e geloso, che punisce l’iniquità dei padri sui figli fino alla terza e alla quata generazione di quelli che odiano il mio nome, e che ha misericordia per mille generazioni di coloro che mi amano e osservano i miei comandamenti» (Es. 20, 4-6). Calvino, infatti, vi dedica una attenzione assolutamente estrema.

Nella prima edizione della Istituzione della religione cristiana (1536) sostiene che Dio, essendo spirituale, va spiritualmente adorato; intravede nel culto delle immagini una insidiosa trappola, perché tale genere di adoratori conferiscono importanza sostanziale alle immagini stesse e quindi cadono sotto la condanna inappellabile della predicazione profetica; e Dio, in forza di tutto ciò, minaccia punizione per quanti venerano raffigurazioni e misericordia per quanti adorano lui soltanto. E il secondo comandamento, per l’appunto, egli interpreta come divieto «di venerare immagine alcuna con intenzione religiosa» e ribadisce ancora una volta che «il servizio e l’onore di Dio sono spirituali», dovendo egli «essere servito e onorato in ispirito e verità» (Giovanni 4,23) (G. Calvino, Il catechismo di Ginevra del 1537, a cura di V. Vinay, Claudiana, Torino 1983, 20). Per lui, le raffigurazioni artistiche religiose costituiscono un autentico disprezzo di Dio, materializzandolo come qualcosa di morto mentre egli è il Vivente e di muto mentre egli è Colui che parla.

Il Trattato sulle reliquie (1543) è un vero e proprio trattato teologico, dogmatico, oltreché un autentico “monumento” della lingua francese. Esso appartiene a un gruppo di quattro trattati e uno scritto (l’Epistola ai credenti che mostra come Cristo sia il fine della Legge) di quel medesimo anno 1543; i quali, quanto a teologia, testimoniano le preoccupazioni e l’impegno di Calvino di purificare la Chiesa da tutte le opere umane che oscurano l’onore di Dio. Il contesto nel quale è nato il Trattato è la discussione religiosa non già su questioni dottrinali, bensì sull’adorazione e invocazione dei santi e delle reliquie.
Punto centrale di questo trattato non secondario di Calvino è, in effetti, il culto delle false reliquie esposte in più luoghi dai «papisti» all’adorazione di un popolino credulone; ovvero, l’autenticità delle reliquie. Si tratta di rendere culto o al Dio vivente o ai muti idoli, e dell’alternativa fra vero culto e superstizione. Ovvero: soli Deo gloria.

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